| Omelia (08-01-2026) |
| Missionari della Via |
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Dalla compassione alla condivisione. Ecco un piccolo itinerario esistenziale che ci consegna il Vangelo di oggi. Gesù anzitutto educa i suoi discepoli alla compassione, a saper cioè vedere il dolore, il bisogno degli altri e a sentirlo dentro, a farlo proprio. Perciò inizia dicendo: «voi stessi date da mangiare alla folla». Non liquidatela facilmente, della serie: "ognuno si arrangi" ma fate voi il possibile per aiutarla. La compassione è una sensibilità che va chiesta nella preghiera ed esercitata nella quotidianità, cercando di infrangere i doppi vetri della superficialità e dell'indifferenza che spesso isolano il nostro cuore da quello degli altri. Ad esempio, anziché banalizzare lo sfogo del coniuge o dei figli, cerca di capire quale bisogno sta sotto; anziché tirar dritto davanti al bisognoso per la strada, fermati a salutarlo, e scambia due parole; anziché liquidare facilmente le difficoltà che ti prospettano, dicendo "veditela tu", chiediti: "cosa posso fare?"; anziché correre sempre di qua e di là, ritagliati uno spazio, magari la domenica, per visitare il parente anziano o quella persona sola... E di conseguenza, la compassione autentica diventa condivisione: dei beni, del tempo, delle proprie forze e competenze, altrimenti rischia di restare un atto intimistico, sterile, di mera commozione o di lamento (talvolta catastrofista) della realtà che non trova alcuna concretezza di vita. «Tutte le lingue che derivano dal latino formano la parola compassione col prefisso «com-» e la radice passio che significa originariamente «sofferenza». In altre lingue, ad esempio in ceco, in polacco, in tedesco, in svedese, questa parola viene tradotta con un sostantivo composto da un prefisso con lo stesso significato seguito dalla parola «sentimento» (in ceco: soucit; in polacco: wspól-czucie; in tedesco: Mit-gefühl; in svedese: med-känsla). Nelle lingue derivate dal latino, la parola compassione significa: non possiamo guardare con indifferenza le sofferenze altrui; oppure: partecipiamo al dolore di chi soffre. Un'altra parola dal significato quasi identico, pietà (in inglese pity, francese pitiè, ecc) suggerisce persino una sorta di indulgenza verso colui che soffre. Aver pietà di una donna significa che siamo superiori a quella donna, che ci chiniamo, ci abbassiamo al suo livello. È per questo che la parola compassione generalmente ispira diffidenza; designa un sentimento ritenuto mediocre, di second'ordine, che non ha molto a che vedere con l'amore. Amare qualcuno per compassione significa non amarlo veramente. Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice «sofferenza» (passio) bensì dal sostantivo «sentimento», la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre. La forza nascosta della sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co- sentimento) significa vivere insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia angoscia, felicità, dolore. Questa compassione designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l'arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo (Milan Kundera) |