| Omelia (07-01-2026) |
| Missionari della Via |
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Gesù inizia il suo ministero dalla Galilea, dalla cittadina di Cafarnao, sulle rive del lago di Tiberiade. Siamo nel territorio di Zàbulon e Nèftali, abitato dalle omonime due tribù di Israele, tra le prime a cadere nel 733 a.C. nelle mani degli Assiri, un territorio di frontiera, in cui si mischiavano credenze e riti, culture e lingue, perciò guardato con sospetto dai "puri" di Gerusalemme. Gesù inizia da lì, dalle "periferie esistenziali", da un'area multiculturale, compiendo la profezia dal sapore universalistico di Isaia: la salvezza viene offerta a tutti i popoli. La Galilea, considerata una terra ai margini, è il luogo da cui inizia ad irradiarsi la "luce" di Cristo, rivolta anzitutto «a coloro che stavano nelle tenebre e nell'ombra di morte». La luce della salvezza inizia a risplendere ma chiede di essere accolta. Gesù insegna, guarisce e chiama dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Come a dire: Dio ti ama, ti è vicino, accogli quest'amore e orienta ad esso la tua vita, nelle piccole come nelle grandi scelte di ogni giorno! La sua luce splende, illumina, riscalda ma al contempo chiede spazio, chiede concretezza, chiede di passare dalla contemplazione all'azione. Il rischio per i "praticanti" è sempre quello: ridurre la fede a degli atti religiosi che non si incarnano nel vissuto. Un vissuto che, nello specifico, ci chiama ad essere testimoni e, ciascuno nel suo piccolo, missionari di luce! Notiamo: Gesù non sta fermo al Tempio di Gerusalemme; cerca tutti, vuol far sentire amati tutti, ma proprio tutti, e parte dalle periferie. Ci chiama, insomma, ad uscire dalle nostre comodità, dalla nostra pastorale stantia, dalle nostre sacrestie per andare incontro a tutti, per portare Dio alla gente e la gente a Dio. Sì, c'è da uscire e incontrare le persone, visitare le famiglie, intercettare chi è lontano, c'è da "sprecare tempo" per coltivare amicizie e relazioni. Papa Francesco amava dire che "la realtà si comprende meglio dalle periferie"; per capire la realtà bisogna stare e ascoltare chi è al margine, chi è sofferente. Le periferie, sia geografiche che sociali, sono i luoghi di maggiore vulnerabilità e difficoltà, dove le problematiche reali sono più evidenti e, al contempo, il desiderio di salvezza è spesso più intenso. C'è da lasciarci interpellare dai bisogni, dalle sofferenze, dal grido spesso sommesso di tanti che in qualche modo cercano Dio e ci chiedono conto della nostra fede, e chiedono spazio, e chiedono percorsi per poterlo seguire anch'essi. E in noi, cosa trovano? Anzitutto, ci trovano? «La nostra fede deve uscire dalle nostre chiese, Dio è stanco di essere venerato nei tabernacoli e di non riuscire ad entrare nelle nostre quotidianità, stufo di essere tirato in ballo nei momenti "sacri" ed essere estromesso dai luoghi dell'economia, della politica, del divertimento. Il movimento della comunità è l'incontro nella lode per diventare capaci di dire Cristo nel quotidiano, nel vissuto, nel vero di ciascuno. E l'annuncio è bruciante: "convertitevi perché il Regno si è fatto vicino"... Dio non esordisce con qualche reprimenda morale, con qualche sensato discorso teso a suscitare pentimento e cambiamento di condotta. Lui, lui per primo si offre, si dona, rischia. Dice: "io ti sono vicino, non te ne accorgi?" Accorgersi significa davvero mollare tutto, lasciar andare i molti affari, le molte cose, per recuperare l'essenziale, come Pietro, come Andrea, che diventano - finalmente - pescatori di uomini» (Paolo Curtaz). «Noi delle strade siamo certissimi di poter amare Dio sin quando avrà voglia di essere amato da noi. Non pensiamo che l'amore sia una cosa che brilla, ma una cosa che consuma; pensiamo che fare tutte le piccole cose per Dio ce lo fa amare altrettanto che il compiere grandi azioni. D'altra parte pensiamo di essere molto male informati sulla misura dei nostri atti. Non sappiamo che due cose: la prima, che tutto quello che facciamo non può essere che piccolo; la seconda, che tutto ciò che fa Dio è grande. Questo ci rende tranquilli di fronte all'azione» (Madeleine Delbrêl). |