Omelia (06-01-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
La manifestazione di Dio è luce

Natale ed Epifania in realtà sono una sola Festa e infatti nei primi anni venivano celebrate congiuntamente. Colui che è Dio fatto uomo, il Verbo fatto carne, non esaurisce il suo ruolo di salvezza con il solo mistero dell'incarnazione in un Bambino, ma deve necessariamente palesarsi a tutti come "luce" e "vita" del mondo. Il manifestarsi del Bambino di Nazareth non è ostentazione di di sè o autoaffermazione, ma è umiltà e amore che si mostrano nei loro effetti e per questo motivo può essere definito come la "luce che irrompe nelle tenebre". Pur vivendo la semplicità e il nascondimento quindi, il Bambino Divino non può che palesarsi al mondo, realizzando subito dopo la sua incarnazione, la sua manifestazione. Ossia l'Epifania. Il termine etimologicamente vuol dire "apparire al di sopra", quindi mostrarsi inequivocabilmente in modo del tutto speciale affinché si accorra a lui concependolo come il fulgore di una luce che si accende dopo lunghissima attesa, quale quella annunciata dal profeta Isaia: "Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce"(Is 60, 1 I Lettura). Il profeta in questo caso invitava ad accogliere il Signore che si manifestava nella gloria in una situazione opaca e deleteria che stava vivendo Israele, annuncia un periodo di speranza e di pace che segue alle lunghe tribolazioni e vessazioni, ma invita a guardare oltre, alla luce che tutti i popoli e tutti i monarchi potranno guardare nella venuta del Salvatore Re Universale. E' Gesù Bambino questa luce che ora rifulge semplicemente giacendo fra i suoi genitori e rischiarando le tenebre, sulle quali si mostra vittorioso e indomito. La luce divina che si irradia per mezzo degli angeli ai pastori che accorrono stupiti ma anche gioiosi e che attira attorno a sé, immediatamente dopo anche altre persone a cui gli stessi mandriani hanno recato notizia per ogni dove.
E' così che Dio Bambino realizza l'Epifania, ossia la manifestazione di sé come Dio con noi, Salvatore e Redentore: come colui che rischiara la nostra vita, realizzando in noi il passaggio dalle tenebre alla luce vera che illumina e rischiara e orienta. Non solamente nel senso fisico e geografico, ma specialmente dal punto di vista spirituale e umano. Le tenebre che ci avvincono riguardano infatti le oscurità del peccato, i meandri tenebrosi dell'aridità e dell'indolenza dello spirito, la refrattarietà del cuore verso la verità, la giustizia e la pace. "Gesù, fate luce" è il titolo di un testo di Domenico Rea; ma Gesù, già nel suo nascere, rischiara davvero il nostro cammino e illumina proficuamente la nostra strada affinché possiamo raggiungerlo e viverne in pienezza la verità e la gioia. Per esempio, infonde luce e chiarore nelle menti sopraffine di questi sapienti dell'Oriente (Magi) abituati a concepire la verità nella sola razionalità dell'astronomia e della filosofia, quindi del tutto ai riferimenti della rivelazione e della fede. Si sentono avvinti, affascinati e sedotti da un mistero che la loro competenza razionale non riesce a raggiungere e a circoscrivere; si sentono spronati piuttosto a mettersi in cammino fisicamente anziché continuare a scrutare il cielo alla ricerca di una verità magari labile e insoddisfacente; si sentono animati a percorrere migliaia di chilometri a bordo dei dromedari o dei cammelli e a raggiungere la casa di Betlemme dove il Bambino intanto, oggetto di attenzione da parte di tantissime persone, viene accudito e proprio a loro, stranieri in quel mondo e ignari di ogni cosa, si offre come colui che è il vero Re, Dio e Salvatore che nella morte rivelerà la sua redenzione e la salvezza definitiva. Il fascino della stella, iconica della luce con cui Dio interviene favorevolmente nella storia dell'uomo per illuminarlo e guidarlo nel cammino, anziché porsi a loro d'impaccio li ha favoriti, e nulla ha tolto dei loro pregi e dei loro vantaggi e neppure ha smentito la loro sapienza e la loro sottigliezza intellettuale: esse sono rimaste indenni e proficue, ma si sono umiliate e hanno riverito quella verità che invano cercavano negli astri e nella volta celeste e che adesso si dono a loro in un esile Bambino. Proprio questa umiltà dalla quale scaturiscono conversione e fede rende l'intelligenza e l'astrazione ancora più produttiva ed edificante, ancora più appetibile agli interlocutori. E' infatti una razionalità che pur restando se stessa dialoga con il mistero e si dispone ad accoglierlo e viverlo anche per sé. Nel buio, hanno incontrato la luce, che ha fatto lume in loro stessi prima ancora che tutt'intorno. Il buio della sola ostinazione intellettuale li aveva irretiti, adesso il fascino della luce di questo Bambino non li irretisce, ma li convince. Si rendono conto che quel Dio che spesso si cerca illusoriamente in tante chimere, ideologie, subdole mode e costumi perniciosi o che si spera di trovare semplicemente nella razionalità speculativa, è il Dio che viene egli stesso in cerca dell'uomo e, senza nulla togliere alle prerogative di razionalità e di competenza scientifica, chiede semplicemente di essere accolto, vissuto e testimoniato perché ne facciamo un criterio di vita.
Giovanni denuncia che gli uomini non hanno accolto la "luce vera che illumina ogni uomo"(Gv 1, 11 - 12; 3, 18 - 21); nonostante il suo fulgore rischiarante ma non abbagliante, hanno preferito la fittezza delle tenebre perché persistere nell'errore e nel peccato è fin troppo semplice, troppo comodo, eppure la dannosità del male in un modo o nell'altro mostra la sua disastrosa conseguenza. La tenebra si evince nella malvagità delle opere che manifestano la malvagità della persona che rifiuta la luminosità di Cristo. Che gli uomini amino le tenebre, nn vuol dire però che queste prevalgano sullo stesso Cristo luce del mondo: la sua epifania è infatti continua, non cessa di riproporsi e di donarsi e mostra in ogni caso i suoi effetti: Dio "nasce" ogni volta che si vive intensamente il suo mistero di incarnazione in solo atto d'amore, nell'esercizio della carità senza finzioni ma che nel dono di noi stessi vede Dio nell'altro al quale ci apriamo. In una sua canzone sulla ricerca continua di Dio, P. Zezinho conclude "Io stesso sono la risposta che Dio vive in me".