| Omelia (06-01-2026) |
| don Alberto Brignoli |
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Attenti a cosa doniamo... Se oggi toccasse a noi offrire qualche dono al Bambino Gesù, che cosa gli offriremmo? Sarebbe bello accodarci al corteo dei Magi e sfruttare la loro triplice intuizione, originalissima: l'oro riconosce la sua regalità sulla storia e sul mondo, l'incenso riconosce la sua divinità, la mirra (usata sia dallo sposo la prima notte di nozze per rendere il suo corpo statuariamente perfetto, sia per imbalsamare i corpi dei defunti rendendoli incorruttibili) riconosce la dignità della sua umanità. I Magi, uomini della ricerca scientifica ma anche uomini mossi dalle profondità dello Spirito, sapevano bene il perché di questi doni. Noi, invece, dopo tanti anni di cristianesimo, con questo triplice dono rischiamo di cadere in un altrettanto triplice rischio: quello di voler "dorare", "incensare" e "imbalsamare" Dio per farne non solo un oggetto di venerazione, bensì anche un oggetto "da museo", bello, prezioso, pieno di ammirazione, ma pur sempre oggetto da museo, statico, quasi privo di vita. Spesso, infatti, tendiamo ad arricchire in maniera esagerata tutto ciò che ci richiama la divinità, il nostro rapporto con il sacro. A volte, è proprio questione di ricchezze materiali, quando la Chiesa si sente talmente forte, potente, e ricca di mezzi materiali da potersi permettere di costruire, investire, commerciare, far fruttare i beni a propria disposizione con la scusa accomodante del "dover mantenere" ciò che si ha. È doveroso e sacrosanto amministrare rettamente i beni che possediamo, soprattutto se sono eredità del passato tramandataci dai nostri padri: ma dobbiamo farlo nel rispetto del contesto sociale e storico nel quale ci troviamo ad operare. Non si può arricchire Dio e le cose di Dio in una zona in cui la gente fa fatica a sopravvivere o in un paese in cui molta gente perde il posto di lavoro. Ci sono gesti e scelte ecclesiali che da un punto di vista economico sono uno schiaffo alla povertà: ecco, questo oro il Bambino Gesù non lo vuole. Anche quando offriamo incenso a Dio, possiamo correre il rischio di vederlo non come simbolo delle nostre preghiere che salgono a lui, ma come un modo per "nascondere" Dio dietro a una nube, per impedire agli altri (ma alla fine anche a noi stessi) di vederlo e di riconoscerlo. Spesso, infatti, riempiamo la nostra fede di gesti roboanti, di celebrazioni, di parole, di rituali e di apparati che nascondono l'essenza del messaggio evangelico, che ci allontanano dalla scoperta del senso della ritualità, dalla profondità della liturgia, dal contatto diretto con Dio nella preghiera. E a volte, con questo, impediamo agli altri di fare lo stesso, pretendendo così di avere l'esclusiva di Dio, di essere solo noi capaci a interpretarlo nella maniera "originaria e genuina", negando la libertà di ogni credente di poter giungere a Dio come hanno fatto i Magi, ovvero attraverso strade diverse da quelle che noi abbiamo in testa. Noi pastori corriamo questo rischio molto più spesso rispetto al resto del popolo di Dio, quando nella nostra attività pastorale facciamo - è proprio il caso di dirlo - "molto fumo e poco arrosto", mettiamo molta apparenza e poca sostanza, e magari impediamo agli altri di vedere Dio perché lo nascondiamo dietro la nube d'incenso delle nostre "creazioni"... E questo incenso, il Bambino Gesù da noi non lo vuole. E credo che non voglia neppure essere unto con una mirra che, invece di rendere il suo corpo bello, perfetto, pronto per la risurrezione, lo imbalsama e lo rende imperturbabile, incorruttibile, ma purtroppo lo pietrifica. Quando abbiamo la pretesa di aver trovato il nostro modo di vivere la fede e di renderlo eterno e immutabile; quando ci creiamo un'immagine fissa di Dio e la rinchiudiamo in una nicchia dalla quale la tiriamo fuori all'occorrenza per venerarla; quando riteniamo la nostra fede una certezza ormai acquisita e mai da rinnovare o da rimettere in cammino, sia pure con fatica, giorno dopo giorno, stiamo usando la mirra per imbalsamare definitivamente Dio, chiedendogli di non darci più fastidio. Un Dio come quello dei Magi è un Dio che ci rimette in gioco, che ci obbliga a camminare, ad andare alla ricerca, a sperimentare nuove strade e nuovi cammini: ma a noi, un Dio così dà fastidio. Preferiamo un Dio statico, una volta scoperto il quale ci sentiamo a posto, lo imbalsamiamo e lo tiriamo fuori all'occorrenza, salvo poi prendercela con lui quando non fa quello che gli chiediamo. No, Dio non può essere imbalsamato: la mirra che offriamo al Bambino Gesù è per il suo corpo destinato alle nozze con l'anima del credente; è certamente anche per la sua sepoltura, ma in vista della risurrezione, perché il Dio di Gesù Cristo è un Dio liberatore, che ci apre, che ci risuscita, che non si ferma al Venerdì Santo, ma ci fa trovare la sua tomba vuota il giorno dopo il sabato. Non per niente, il giorno dell'Epifania la Chiesa annuncia il giorno della Pasqua! Come uscire, allora, da questo "rischio" di offrire oro, incenso e mirra che il Bambino Gesù difficilmente gradirebbe? Restituendo all'Epifania il suo significato originario: quello di "manifestazione", quello in cui Dio manifesta la grandezza dell'Incarnazione a tutti i popoli, per cui la fede non può più essere vissuta come uno scambio di doni personale, privato, tra noi e il nostro Dio, al quale offriamo, soffocandolo, la ricchezza del nostro oro, la nebbia del nostro incenso e la staticità della nostra mirra. Offriamo invece a Dio, con questi doni, (come dice bene l'Orazione sulle Offerte di questa Liturgia) "Colui che in questi doni è significato, immolato e ricevuto": il Signore nostro Gesù Cristo, Re di una storia in continuo movimento, Dio di una fede sempre in ricerca, Uomo che cammina con gli uomini e li libera, aprendoli alla forza della Pasqua. |