| Omelia (04-01-2026) |
| don Andrea Varliero |
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Il Natale dell'anima, del credente in Dio Abbiamo appena ascoltato pagine di una bellezza immensa, parole rare tra tutta la biblioteca umana. La Sapienza che pone la sua tenda in mezzo agli uomini; il Verbo che era fin da principio, la luce autentica, fattasi carne in mezzo a noi; Dio che ci ha benedetti ancora prima che noi venissimo alla luce. Pagine che fissano lo sguardo lontano e oltre: oltre, fuori dal tempo e dallo spazio. Che intuiscono un qualcosa al di fuori dal nostro limite, pagine che allargano l'orizzonte davanti ad un universo infinito. Sarebbe bello meditarle in una notte di cielo stellato, con un telescopio che ci facesse percepire la nostra infinitesima piccolezza, da questo piccolo pianeta ai margini di un universo ancora tutto da esplorare. A volte mi domando che cosa io ci stia a fare io qui sulla terra, se questa vita così dura di dolore e di lacrime, così breve di giorni, così difficile da vivere per la morte di chi amiamo, così insensata e mai pienamente realizzata, ci narri davvero di Dio; che cosa l'uomo pretenda di essere, nella sua arroganza, nel suo delirio di onnipotenza. A volte mi domando che cosa significhi per noi essere figli di Dio, nelle nostre inutili guerre, nelle nostre ingiustizie, nei nostri piccoli mondi egoisti e asfittici. Dicono che, se togli la parola «Dio», non si riesca a comprendere la civiltà umana fino a duecento anni fa, e che oggi, se togli la parola «denaro», non si riesca a comprendere questo nostro secolo. Per questo, è sempre da ricercare e da ritrovare il nostro essere figli di Dio. «Ci hai fatti per Te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te», scriveva Agostino nelle sue confessioni. Cuore inquieto; questa inquietudine, questa domanda, questo desiderio mai pienamente realizzati: ecco queste sento essere presenza di Lui nelle nostre vite. A noi è data una luce interiore. Siamo consapevoli che non agiamo come il resto degli organismi viventi, ma siamo tremendamente più pericolosi, forse capaci di dare senso, con la consapevolezza dei giorni. «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo». Quando ne faccio esperienza di quella luce interiore? La Luce interiore, quando sono consapevole che il numero dei nostri giorni è contato, quando accolgo questi miei giorni come un forte limite, eppure proprio in questo limite lo vivo senza fuggire, ma amandolo nella speranza di un oltre. La Luce interiore, quando vivo una bellezza talmente potente da percepirla eterna, la bellezza di un tramonto, di un cielo stellato, di un canto, di una parola che nutre, di una scoperta scientifica, di un fiore, di un quasi nulla. Tutto narra di Lui. La Luce interiore, quando la coscienza sussurra il bene e il male, e questo ci rende liberi davanti alle scelte dell'esistenza. La luce vera. La Luce interiore, quando abbraccio tutti come fratelli e sorelle, e so che è possibile riconciliarmi nel perdono. A quanti lo hanno abbracciato, accolto. La Luce interiore, quella che mi fa pregare e mi fa sentire a casa quando abito uno spazio di silenzio davanti a Lui. La Luce interiore, quella che mi fa celebrare la vita nella bellezza di una liturgia di resurrezione. Ho camminato in questi giorni lungo le strade dell'Andalusia, città bellissime di cattedrali immense, città piene di un sentimento e un «pathos» barocco che conosciamo attraverso l'Italia del sud. Mi hanno colpito le cattedrali, a volte inabitate su antiche moschee: quanta arte, quanta architettura, quanta bellezza, tutte per il Bambino del Bèlen, del Presepe. Il cuore delle cattedrali, il baricentro di tutto, sta in un Dio che si fa Bambino, che si fa carne in mezzo a noi. Oggi voglio vivere questa liturgia natalizia come il Natale dell'uomo, il nostro Natale. Che la cattedrale più bella, il nostro cuore, abbia come centro il Dio che si è fatto bambino, carne, per noi. Che si è talmente contaminato e sporcato, che si è talmente abbassato nella sua immensità, da diventare insignificante bambino nascosto. Il cammino di spiritualità di questi giorni ci ha condotti come i pastori alla nascita di un Bambino, alla nascita dei legami fondamentali, alla nascita della Madre di Dio. In questa domenica vogliamo celebrare il nostro Natale, il Natale dell'umanità. E il Verbo che si fa carne ci affida un verbo da coniugare per ogni giorno dell'anno, per ogni mattino appena alzati: è il verbo nascere, mappa sempre da ritrovare, volto sempre da cercare. Sbagliamo quando pensiamo che moriamo una volta sola nella vita, sbagliamo quando pensiamo che nasciamo una sola volta nella vita; morire e nascere fanno parte di noi. Nascere: è il Natale dell'anima, del credente in Dio. |