Omelia (04-01-2026)
padre Gian Franco Scarpitta
Il Mistero, la Sapienza e la realtà

Il Vangelo di Giovanni parla di Gesù come "il Verbo fatto carne". Cioè come la Parola divina, per mezzo della quale Dio aveva messo in atto ogni cosa, la Parola eterna che era presente con il Padre sin dall'inizio dei tempi, in un determinato momento che Essa stessa assieme al Padre ritennero favorevoli ("quando venne la pienezza del tempo, Gal 4, 3) decise di diventare carne, ossia di assumere fino in fondo la nostra realtà, divenendo Uomo egli stesso. Il termine "carne" ha nella Bibbia una valenza di peccaminosità e di putredine e attesta la caducità e corruttibilità causata dal peccato. Ebbene, la Parola eterna di Dio assunse questa condizione di imperfezione e di peccato: "Colui che non ha conosciuto peccato, Dio lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio"(2Cor 5, 21). Nonostante cioè la sua assoluta illibatezza e la sua perfezione indefettibile, Dio ha voluto rendersi "corruttibile", suscettibile di mancanze e di peccati nel farsi uomo, insomma vulnerabile da questo punto di vista, affinché noi si possa concepire come vivere sul suo esempio l'estraneità al peccato.
Dio stesso, nella sua Parola che è il Figlio (Seconda Persona della Trinità) pur essendo lui l'eternità, si è sottoposto alla misura del tempo, alle scadenze a breve o a lungo termine, al rispetto degli orari e degli appuntamenti, al calcolo dei giorni e delle ore lavorative; è entrato insomma nel nostro tempo vivendo una dimensione epocale determinata della storia e questo "quando venne la pienezza del tempo"(Gal 4, 4) ovvero quando giunse il momento che Dio ritenne opportuno. Ovverossia il periodo storico dell'Imperatore Ottaviano Augusto. Dio, infinito che è al di sopra dell'universo, ha scelto anche un territorio geografico, che è quello della Giudea, nella cittadina di Betlemme, già preconizzata dal profeta Michea (cap 5); la sua origine è ebraica, della stirpe di Davide, vive in una città che è stigmatizzata dai contemporanei, come Nazareth; la famiglia è quella del carpentiere Giuseppe e dell'umilissima Maria. Il nome che assume è Gesù, che significa Salvatore. Come del resto si riscontra nelle lettere di Paolo, a differenza dai nostri giorni il temine Gesù viene preceduto da Cristo (Cristo Gesù, non il contrario) per indicare che egli è il Messia (Cristos) Salvatore atteso dalle genti. Gesù nato a Betlemme è insomma il Divino che assume l'umanità. Tutto questo ci svela il mistero di Dio "racchiuso da secoli e da generazioni, che è stato svelato nella sua grande ricchezza e magnificenza proprio a noi, immeritori e peccatori (Col 1, 26 - 27). Il mistero, ossia la realtà celata e impenetrabile, ci si è manifestata nella concretezza immediata e nella realtà contingente; ha vissuto la nostra stessa esperienza sotto tutti gli aspetti, anche quelli miserandi e precari. Tutto questo perché il nostro Dio, pur essendo ineffabile e potente in sé, non vuole rendersi a noi distaccato, asettico e impersonale, ma vuole renderci partecipi della sua natura divina. Ha assunto l'umanità perché l'uomo si divinizzi, imparando a vivere secondo Dio. Attraverso Gesù, vero Dio e vero uomo, con le sue opere e con i suoi insegnamenti apprendiamo a vivere realmente, ciascuno nel suo tempo, ciascuno nel suo spazio, la volontà di Dio che corrisponde del resto alla nostra realizzazione, al nostro progresso e alla vita piena, perché non procediamo a tentoni, ciascuno secondo il proprio effimero volere. Sono in Dio c'è la vita e la salvezza, ma questo Dio poteva palesarcelo solamente facendosi uomo egli stesso, affinché la sua stessa vita fra noi fosse di monito e di orientamento: "Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme. Egli non commise peccato e nella sua bocca non si trovò inganno"(2Pt 2, 21 - 22).
La prima Lettura di questa liturgia ci fa concludere infatti che Gesù è "Sapienza di Dio"(1Cor 1, 24), quella che esisteva assieme allo Spirito e la Sapienza esistevano in Dio fin dall'eternità e sono essi stessi Dio. Questa sapienza, si è manifestata definitivamente in Gesù Cristo nell'evento di Betlemme. E' la nostra sapienza, non nel senso di scienza o conoscenza intellettuale ma nella ricerca dell'equilibrio e del buon senso nelle azioni, nel discernimento del pensare, dell'agire e dell'operare per se stessi e per gli altri. Appunto di questa Sapienza ha bisogno l'uomo di ogni tempo, del Verbo Incarnato che ci orienti a vivere secondo Dio.
E' la sapienza con cui lo stesso Cristo, con l'azione comprimaria dello Spirito, suscita nell'uomo doni e carismi per l'edificazione di chi li riceve e per mezzo di questi irradiati a tutta la Chiesa: la sapienza è di fatto uno dei doni che si affiancano al discernimento, all'intelletto, al timor di Dio e a tutti gli altri dini di cui l'uomo necessita e di cui lo Spirito è capace. Vivere sapientemente diventa così obiettivo ineluttabile di ciascuno di noi, lo sprone e il fondamento della nostra vita.
Il Natale diventa così una prerogativa che non si esaurisce al solo periodo celebrativo che ormai volge al termine, ma è il mistero stesso che non può che avere un riverbero per tutto il tempo a seguire e che ci coinvolge giorno dopo giorno in ogni momento dell'anno e in ogni ambito della nostra vita.