| Omelia (04-01-2026) |
| don Alberto Brignoli |
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Dalle parole ai fatti Oggi il Mistero dell'Incarnazione ci viene presentato attraverso il cosiddetto "Prologo di Giovanni", preceduto da due letture che ci parlano della Sapienza Divina, nascosta in cielo fin dalla creazione del mondo, e rivelata agli uomini proprio attraverso la venuta del Figlio di Dio in mezzo a noi. Giovanni riprende questi temi mostrandoci che Gesù non solo ci porta e ci mostra questa Sapienza Divina, ma addirittura la personifica, la "fa carne" venendo ad abitare in mezzo a noi. Il messaggio più importante di questa domenica, quindi, è l'Incarnazione di Dio, il suo farsi presente "in carne ed ossa" nella nostra storia, il suo passare dall'essere "Parola" all'essere "Carne". Se guardiamo all'Antico Testamento, la presenza di Dio nella Storia del Popolo d'Israele è senz'altro una presenza significativa, fondamentale, ma pur sempre una presenza "verbale", fatta prevalentemente di "parole", di "comandi" dati all'uomo attraverso una Parola che comunque rivela tutta la sua forza: quella di Dio è una Parola creatrice (come ci ricorda Genesi), è una Parola liberatrice (comanda alle acque del Mar Rosso che diano inizio all'Esodo e alla liberazione del popolo oppresso), è una Parola legislatrice (data per mezzo di Mosè sul Sinai), è una Parola ammonitrice e premonitrice attraverso le vicende dei profeti. È un percorso esaltante: ma questo a Dio non basta. E neppure all'uomo: e Dio lo sa bene. Dio è perfettamente consapevole che il percorso dell'Antico Testamento è un percorso incompleto, perché rimane un percorso fatto di una Parola che ha la sua efficacia fintantoché l'uomo la ascolta. Ma nel momento in cui l'uomo, con la sua vita, non corrisponde più all'efficacia della Parola di Dio (cosa che si verifica puntualmente), Dio capisce che la sua potenza si manifesterà in pienezza solo quando renderà la sua Parola realtà viva, concreta, incarnata nella vita di ogni uomo. Nel Mistero del Natale, l'uomo non può più dire a Dio "Mi sei distante, sei lontano da me", perché Dio accetta di farsi uomo per condividere con lui tutta la drammaticità ma anche la bellezza della vita quotidiana, per farne poi motivo di salvezza. Ecco allora il senso di quel testo che oggi contempliamo: "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi... e da questa pienezza noi abbiamo ricevuto Grazia su Grazia". Se Dio ha deciso di salvare l'uomo attraverso la condivisione della sua natura umana, senz'altro ha voluto insegnarci qualcosa per la nostra vita, ovvero che non esiste un legame tra lui e l'uomo che non passi attraverso l'Incarnazione, attraverso il suo farsi uomo come noi in tutto, anche nei limiti della nostra natura umana, eccetto il peccato. E questo ha delle conseguenze che non possono lasciare indifferente la nostra vita di fede. Se la nostra fede cristiana è basata sull'Incarnazione, sul farsi uomo di Dio, allora la nostra dev'essere una fede profondamente incarnata nella situazione umana e nella storia nella quale siamo inseriti per cercare di darvi un senso. Non possiamo dirci credenti in Cristo, e quindi nell'Incarnazione, se viviamo una vita cristiana "asettica", fatta di tante belle preghierine, formulette e giaculatorie, e che poi termina lì, senza rivolgere uno sguardo attento all'essere uomini oggi nel concreto quotidiano. Non possiamo, oggi, dirci cristiani e disinteressarci dei problemi che esistono a livello sociale, a ogni latitudine. Non possiamo, oggi, dirci cristiani e rimanere indifferenti e zitti di fronte ai conflitti armati e a tutte le evidenti violazioni dei diritti umani. Non possiamo dirci cristiani e non fare nulla di fronte a famiglie del nostro paese e delle nostre città che sono in difficoltà perché senza lavoro. Non possiamo, oggi, dirci cristiani ed essere capaci solo di dire "in che mondo siamo finiti!" di fronte a giovani che muoiono per incidenti stradali causati da alcool, droga o violenza giovanile. Non possiamo, oggi, dirci cristiani e disincarnarci dalla realtà al punto di dire rassegnati "non saprei cosa fare" di fronte a una persona sola e gravemente disabile chiusa in casa a pochi metri da casa nostra. E gli esempi si sprecano. Come Chiesa, non possiamo sederci sul trono delle nostre acquisite certezze teologiche senza entrare in dialogo con un mondo e un'umanità che ha fame di Dio e di una vita giusta e dignitosa. Molti dei suoi avversari vorrebbero che la Chiesa fosse una realtà disincarnata, che si preoccupasse solo delle sue cose interne e che non mettesse becco nella vita concreta dell'uomo contemporaneo: ma grazie a Dio, non è così! Ben vengano allora le prese di posizione della Chiesa sui drammi e i problemi dell'umanità: dalle povertà al rispetto dei diritti umani, dal senso di Dio che si è smarrito alle questioni di etica e di bioetica, dalla famiglia all'interesse per i diritti dei cittadini, dai temi di un'economia solidale all'educazione delle giovani generazioni, alla scuola, alla salute, alla pace nel mondo... Se addirittura la Parola di Dio si è fatta carne, chi siamo noi per impedire che la nostra fede in Cristo passi dalle parole ai fatti, dalle letture alla storia, dalla preghiera alla vita? |