Omelia (06-01-2026)
padre Ezio Lorenzo Bono
RICERCATORI DELL'AMATO (Benedetto XVI)

I.

Papa Benedetto XVI ha parlato più volte, nel suo magistero, dei tre personaggi descritti dall'evangelista Matteo nel Vangelo di questa solennità dell'Epifania, forse perché lui, finissimo sapiente, si identificava in loro. Disse dei Magi queste stupende parole: «Gli uomini di cui parla Matteo non erano soltanto astronomi. Erano "sapienti"; rappresentavano la dinamica dell'andare al di là di sé, intrinseca alle religioni - una dinamica che è ricerca della verità, ricerca del vero Dio e quindi anche filosofia nel senso originario della parola. Così la sapienza risana anche il messaggio della "scienza": la razionalità di questo messaggio non si fermava al solo sapere, ma cercava la comprensione del tutto, portando così la ragione alle sue possibilità più elevate».
Benedetto XVI è stato con certezza uno dei più grandi teologi e filosofi di tutta la storia, paragonabile ai più grandi Dottori della Chiesa come san Tommaso e sant'Agostino. Le sue riflessioni sulla ragionevolezza della fede e sulla ricerca della verità hanno raggiunto vette incomparabili. Durante la sua lunga vita Benedetto XVI ha pronunciato milioni di parole come professore universitario e come pastore, ha scritto decine di libri e moltissimi altri testi. E vi ricordate quali furono le sue ultime parole, pronunciate poco prima di morire? «Signore, ti amo». Più di settant'anni di studio della filosofia e della teologia si sono condensati in tre parole: «Signore, ti amo». Lui aveva definito la teologia con una delle definizioni più belle che abbia mai sentito: "ricerca dell'Amato". O, come disse a proposito dei Re Magi, "ricerca dell'essenziale".

II.

Arrivati da Gesù, i Magi gli offrono i doni. Questi doni non descrivono solo chi è Gesù, ma interrogano chi siamo noi.
L'oro, il materiale più prezioso, ci chiede che cosa consideriamo davvero prezioso nella nostra vita: a chi consegniamo il centro della nostra esistenza, che cosa lasciamo regnare nelle nostre scelte quotidiane.
L'incenso, che sale verso il cielo, indica uno sguardo che sa alzarsi: la capacità di non ridurre tutto all'utile e all'immediato, di custodire il silenzio, la preghiera, lo stupore, ciò che dà respiro e profondità all'esistenza.
La mirra, medicinale e unguento, ci mette davanti al limite: la fragilità accolta, la ferita non negata, la vita reale così com'è. È il dono più scomodo, ma anche il più vero, perché ricorda che Dio non salva evitando il dolore, ma attraversandolo.
L'Epifania allora ci ricorda questo: offrire a Dio ciò che vale (oro), ciò che eleva (incenso) e ciò che fa soffrire (mirra), e quindi la nostra vita nella sua essenza più vera.

III.
In conclusione.
Benedetto XVI scrisse ancora a proposito dei Magi: «Gli uomini che allora partirono verso l'ignoto erano, in ogni caso, uomini dal cuore inquieto. Uomini spinti dalla ricerca inquieta di Dio e della salvezza del mondo. Uomini in attesa, che non si accontentavano del loro reddito assicurato e della loro posizione sociale forse considerevole. Erano alla ricerca della realtà più grande. Erano forse uomini dotti che avevano una grande conoscenza degli astri e probabilmente disponevano anche di una formazione filosofica. Ma non volevano soltanto sapere tante cose. Volevano sapere soprattutto la cosa essenziale. Volevano sapere come si possa riuscire ad essere persona umana. E per questo volevano sapere se Dio esista, dove e come Egli sia. Se Egli si cura di noi e come noi possiamo incontrarlo. Volevano non soltanto sapere. Volevano riconoscere la verità su di noi, e su Dio e il mondo. Il loro pellegrinaggio esteriore era espressione del loro essere interiormente in cammino, dell'interiore pellegrinaggio del loro cuore. Erano uomini che cercavano Dio e, in definitiva, erano in cammino verso di Lui. Erano ricercatori di Dio».
Alla fine, l'Epifania ci lascia una domanda semplice e decisiva: che dono porto io oggi davanti a Gesù?
Qual è il mio oro, cioè la cosa più preziosa che ho? Forse è il tempo, il tempo che fugge o che non riesco più a trovare.

Qual è il mio incenso? Forse il mio spirito, che invece di elevarsi verso Dio rimane attaccato alla terra, a ciò che è solo mondano.

Qual è la mia mirra? Forse una ferita non ancora rimarginata, che continuo a portare con me.
I Magi ci insegnano che Dio non chiede doni perfetti, ma doni veri.
Benedetto XVI, dopo una vita intera spesa a cercare la Verità, alla fine è arrivato a dire una sola cosa: «Signore, ti amo». Forse l'Epifania è proprio questo: scoprire che tutta la nostra ricerca, tutta la nostra strada, tutta la nostra inquietudine, non servono a sapere di più, ma ad amare di più. E allora chiediamo di essere anche noi, come i Magi e come Benedetto XVI, uomini e donne dal cuore inquieto, che non smettono di camminare, di cercare, di amare, e di essere per sempre, come loro, ricercatori di Dio, ricercatori dell'Amato.