| Omelia (28-12-2025) |
| don Angelo Casati |
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Storie di madri e di un pianto inconsolabile Sono a specchio oggi le prime e le ultime parole della liturgia della parola. A specchio a ricordare grido, pianto e lamento: Matteo dopo aver raccontato la strage degli innocenti ricorda le parole del profeta Geremia: "Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più". Proprio non ci sarebbe bisogno di un richiamo a non confinare il Natale in mangiatoie dorate, basterebbe il vangelo di oggi. E siamo nella storia dei giorni. Giuseppe a darsi da fare dopo quella nascita così inusuale, a cercare casa, a mettere su casa, Maria a dargli una mano e il piccolo a chiedere latte, soffi di carezze e quant'altro, la vita riprendeva i suoi ritmi normali, Maria forse filava, forse commentava Scritture. E vedi come è strana la vita! La sorpresa di una visita di cercatori di stelle quando il bambino faceva qualche passo per casa, ma ancora non aveva due anni. Ma chi andava a pensare che quel cucciolo di bimbo desse preoccupazione in alto. Lo seppe Giuseppe dall'angelo in una notte: il subbuglio, proprio non c'è tempo a volte nella vita per raccapezzarsi. E cos'è chiudere una casa e senza respiro trovare strade di fuga, nientemeno che in Egitto? Penso vi si affollino a non finire immagini dell'oggi. E che cosa potevano dire Maria e Giuseppe al bambino? Le cause gliele raccontarono di certo più tardi quando poteva capire e gli occhi - come non immaginarlo?- gli si fecero tristi. Perché qui si apre la storia dei piccoli, i piccoli uccisi per delirio di potere, da Erode e da quant'altri. Apro ed è uno sciamare triste di domande, più quelle senza risposta che quelle con un brivido di risposta. Anche la mia omelia oggi per pudore non potrà che essere minima, attingere ad altri e umidi gli occhi. Ci fu un angelo per Gesù. E perché non un angelo per gli altri bambini? E' la vita - si dice -. Ma come ci dovrebbe pesare, e fare domanda, ripercorrere nel cuore i privilegi, anche i nostri, a migliaia, pensate: anche per il solo fatto che i nostri bambini nascono qui e non là dove i cieli sembrano piovere bombe e la fame chiude gli occhi ai bambini quasi prima che li aprano. "Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli, e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più". Geremia nei tempi bui dell'esilio dava ai deportati la figura di figli morti, come fossero scomparsi per sempre, come non fossero più, ed evocava Rachele, il suo pianto. Le sue parole risuonano come scritte davanti ad ogni dolore umano, ma oggi segnate da una attualità bruciante. E' donna di fede Rachele. Ebbene di lei si dice che "non vuole essere consolata". Mi ha profondamente colpito questa notazione "non vuole essere consolata". Vi devo confessare che mi sono riapparse a commento le parole di papa Francesco, in una udienza generale anni fa, mi affido al suo commento: "Rachele che non vuole essere consolata ci insegna quanta delicatezza ci viene chiesta davanti al dolore altrui. Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto. Solo così le nostre parole possono essere realmente capaci di dare un po' di speranza. E se non posso dire parole così, con il pianto, con il dolore, meglio il silenzio; la carezza, il gesto e niente parole. E Dio, con la sua delicatezza e il suo amore, risponde al pianto di Rachele con parole vere, non finte; così prosegue infatti il testo di Geremia: Dice il Signore -"Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c'è un compenso alle tue fatiche - oracolo del Signore -: essi torneranno dal paese nemico. C'è una speranza per la tua discendenza - oracolo del Signore -: i tuoi figli ritorneranno nella loro terra" Penso alle parole di Dio che chiudevano oggi il brano di Geremia. Penso non siano dette per un solo popolo - le restrizioni sono nostre -. Parlano di un Dio per il quale siamo figli carissimi, il suo cuore si commuove per noi e sente per noi profonda tenerezza. Penso siano parole a custodia di una speranza. E' scritto nel salmo: "Chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo". Seminare nel pianto una speranza. Che è quella del contadino. Che non è passività ma fiducia, non resa ma resistenza, non consenso acritico ma immaginazione. La speranza - scrive oggi Paolo nella lettera ai Romani - "che la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio". Un pianto inconsolabile, un brivido di speranza. |