Omelia (28-12-2025)
don Alberto Brignoli
Il sogno di Dio

Dopo una settimana esatta, ecco un altro sogno di Giuseppe: anzi, tre diversi sogni nell'arco di pochi versetti, costruiti intorno a qualcosa che è tutto meno che un sogno, ovvero la cosiddetta "strage degli innocenti", che nel Vangelo di oggi non ci viene narrata, forse per pudore; ma avrebbe avuto un significato particolarissimo, proprio oggi, 28 dicembre, giorno che il calendario assegna al ricordo di quei piccoli Santi Martiri. La cruda realtà della malvagità umana sembra davvero quadrare ben poco con quella costante capacità di meraviglia e di stupore per il mistero che i sogni di Giuseppe portano con sé. Eppure, anche in mezzo al dramma di salvare il proprio figlio da un'inutile e ingiusta carneficina, Giuseppe sogna. Sogna prima una fuga in esilio, poi un ritorno, e infine un cambio di prospettiva di vita per la sua famiglia.
La fuga di Giuseppe in Egitto con Maria e il Bambino è il sogno di una libertà che esiste solo "oltre", oltre la cattiveria umana che impedisce ogni speranza di vita. E per sognare la libertà, non è sufficiente cambiare un po' aria o cercare svago in cose che si rivelano effimere, anche se divertenti: per sognare una libertà che sta "oltre", occorre anche andare fisicamente "oltre", oltre il deserto, oltre il Mar Rosso, in quella terra che per l'Antico Israele era stata terra di schiavitù, ma che la vita nuova, quella che fa nuove tutte le cose, trasforma in terra di libertà.
E poi, c'è il sogno del ritorno a casa: chi cercava di eliminare il Bambino, non c'è più, i potenti e i dittatori di turno sono morti (questo sì che è un sogno...), e allora si può tornare a ricostruire una vita, là dove il Bambino era nato e dove, secondo la profezia, avrebbe dovuto prepararsi a diventare successore di Davide, il re betlemita.
Ma purtroppo, anche questo sogno si infrange contro la dura realtà della storia, quella per cui i dittatori non muoiono mai, e dopo un Erode c'è sempre un suo figlio, e poi un altro ancora, come avverrà di lì a trent'anni, a Gerusalemme.
E allora, ecco un altro sogno, che spinge Giuseppe a tornare là dove tutto aveva avuto inizio, a Nazareth, dove egli aveva iniziato a sognare e dove Maria, sua sposa, aveva iniziato a credere, dicendo di sì all'angelo. Così facendo, Gesù non sarà più figlio di Davide il betlemita, ma diventerà "Nazareno", "Galileo", che per quell'epoca non era certo un appellativo esaltante, giacché coincideva con "agitatore di folle", rivoluzionario, terrorista, nemico di Roma, nemico dei potenti di turno.
Quante analogie, con le vicende quotidiane che solcano le vite e i sogni di tante famiglie della terra, forse proprio a partire da quelle famiglie che vivono in quella striscia di terra collocata tra Betlemme e Nazareth. Quante famiglie costrette, loro malgrado, a sognare un futuro migliore per i loro figli, lontano dalle violenze dei potenti della storia.
Anche oggi, Giuseppe, per la sua sposa e per il suo bambino, sogna la libertà oltremare, oltre il deserto della propria terra, resa un ammasso di rovine dalla malvagità dei signori della guerra che cercano di uccidere le speranze dei popoli. E va in cerca di speranza nelle terre d'oltremare, dove altri "signori della guerra" (alleati economici di quelli che la combattono) cercheranno di espellerli, in ogni modo e in ogni forma, legalmente o meno, incuranti del fatto che hanno attraversato un deserto ostile e un mare che non si chiama più "Mar Rosso", bensì "Mare Nostrum", quasi ci appartenesse, quasi ne fossimo proprietari e non semplici amministratori...
Ma il sogno di Giuseppe non si ferma: la terra d'oltremare c'è, ed egli la raggiunge, con Maria e il Bambino. Un po' di ospitalità la trova anche oggi, nonostante molti (anche credenti in Dio, Padre del Bambino) non ne possano più. C'è sempre qualche angelo in divisa che li riscatta dall'acqua gelida del mare, qualche operatore sanitario che li disinfetta dalla scabbia, qualche uomo e donna di buona volontà che rinnova la loro speranza di trovare pane, casa e lavoro, fintanto che i signori della guerra non smetteranno di odiarsi.
Un giorno, forse, terminerà anche la potenza dei signori della guerra, e allora Giuseppe con Maria e il Bambino torneranno: forse non più nel loro paese, che i signori della guerra avranno ripulito dalle macerie per renderlo economicamente e turisticamente allettante; forse andranno dove il bambino crescerà in maniera diversa da come avevano pensato per lui, ma perlomeno crescerà. Non sarà più figlio di Betlemme, ma figlio di Nazareth, piccolo villaggio dal nome suggestivo: "germoglio", il germoglio della speranza.
La vicenda della famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe ci interpella continuamente, e ci chiede attenzione nei suoi confronti: quella stessa attenzione che alle nostre famiglie è stata data tanti anni fa - sì, perché la storia, alla fine, ci restituisce tutto - quando abbiamo solcato mari e monti in cerca di un lavoro degno e di una terra da lavorare, quella terra e quel lavoro che anche a noi i signori della guerra, padri di quelli attuali, avevano tolto in nome di un grande sogno che non venne mai, perché - a differenza di quello di Giuseppe - era il loro sogno, e non quello di Dio.
Maria, sposa di Giuseppe e Madre del Figlio di Dio, lo sa bene: "Dio ha rovesciato i potenti dai torni, ha innalzato gli umili". I sogni dei potenti sono continuamente frantumati dalla storia; il sogno di Dio, invece, non muore mai.