| Omelia (28-12-2025) |
| don Andrea Varliero |
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Incamminarmi con la Santa Famiglia Il cammino di spiritualità torna al Presepe: dopo la disarmante semplicità di un Bambino, dopo lo stupore e il silenzio del Natale, dopo la testimonianza del primo martire, Stefano, oggi tornare al Presepe è riannodare il Natale dei legami, delle relazioni, a ciò che è talmente forte da chiamare «famiglia». Festa della Santa Famiglia, oggi. Ricordo certe prediche ascoltate da ragazzino proporre la Santa Famiglia come un modello assoluto di bontà, di sottomissione, di pazienza, di mitezza: mai una piega, mai un «ma», mai una domanda, una famiglia talmente perfetta e felice, da ferire. Poi, tornando a casa, la vita non andava proprio così, tra incomprensioni, pretese, fatiche, silenzi indecifrabili, liti, valori diversi. «Tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo», inizia Lev Tolstoj la sua Anna Karenina. E dunque? In che cosa ci è da modello questa famiglia un po' sbilenca, con un solo figlio che è una domanda, con un padre adottivo e una madre incomprensibile, profughi in terra straniera, occhi trasognanti? Santa famiglia, quella di Nazaret, ma non famiglia perfetta: ecco, questo è il primo dono che ricevo. La loro santità non è data dalla perfezione: la santità delle nostre vite, la santità delle nostre comunità, la santità delle nostre famiglie ci è data dal bene possibile, non dalla perfezione impossibile. Fuggono, diventano stranieri, abitano volti ostili e parole incomprensibili, ritornano al proprio Paese, ma non per questo si disperano. Cercano il bene, quel fragile bene che ognuno può dare agli altri. Cercare il bene, unicamente il bene. Mi insegna quella famiglia l'infinita arte del ricominciamento, che il bene possibile oggi vale immensamente di più del male vissuto ieri. Anche loro non si comprendono, anche loro si sentono perduti, anche loro si feriscono: «Figlio, perché ci hai fatto questo?», anche loro vivono la paura dell'Erode di turno, forse anche loro avrebbero desiderato una vita diversa. Eppure, hanno il segreto del ricominciamento: un nuovo giorno è possibile a tutte le nostre famiglie. Si potrebbe ricominciare anche in tutte le nostre relazioni umane, togliendo dal cuore macigni pesanti come «ormai», «sempre così», «tu non cambierai mai». Quella famiglia è disposta a ricominciare. Mi insegna quella famiglia ad essere dinamica, veloce, a sapersi riprogettare, a non avere uno schema fisso, immobile, chiuso, eppure incapace di dissetare. Quella famiglia conosce benissimo la geografia della Terra Santa, che ha due laghi al suo centro: uno è il Mar Morto, il lago salato più profondo del globo, talmente salato da non poter accogliere di vita, se non alcune specie microcellulari. L'altro è il lago di Tiberiade, un lago d'acqua dolce pescoso, ricco di bouganville e di natura fiorita. Qual è la differenza tra questi due laghi, distanti poco più di un centinaio di chilometri, così diversi? Che il Mar Morto è chiuso in se stesso, ha solamente un immissario, il Giordano, e poi trattiene tutto dentro. Il Mare di Galilea invece riceve l'acqua dai numerosi fiumi provenienti dal Golan, dall'Ermon, dalle colline di Galilea, e restituisce acqua rimettendo in circolo il Giordano. Per quanto bella, ogni famiglia che conosca unicamente le proprie quattro mura domestiche si impoverisce, diventa un mare morto; quella famiglia mi indica ad essere come il mare di Galilea, a rimettere in circolo il proprio amore. Mi indica la Santa Famiglia la bellezza del quotidiano. Siamo sedotti dall'altrove: altrove è sempre un luogo migliore, altrove è sempre una felicità maggiore, altrove è più respiro. Quella famiglia rimane, non si lascia sedurre dall'altrove, rimane nelle piccole cose quotidiane, rimane nel segreto di Nazaret, rimane trent'anni sottomessa alla più ardua delle vite, quella di ogni giorno. Noi ci sentiamo soffocati dalla routine, dalle sempre stesse identiche cose di ogni giorno, una nebbia in cui combattiamo, con grande fatica, la nostra lotta per la sopravvivenza, con la domanda se abbiamo vissuto fino in fondo. È proprio quella famiglia che ci riconcilia con la quotidianità, e ne fa luogo vitale per Dio e per noi. Ci insegna ad amare il quotidiano. Al Tempio dell'eccezionalità, Dio preferisce abitare la casa del quotidiano. Famiglia che cerca il bene, famiglia imperfetta, famiglia aperta e ferita, famiglia quotidiana: allora sì, posso incamminarmi insieme a lei, a questa famiglia, che per funzionare ha bisogno anche di me, soprattutto di me |