| Omelia (26-12-2025) |
| don Andrea Varliero |
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Fedeltà a se stessi e a Dio Il coro si è preparato da mesi per i canti di Natale, i presepisti hanno lavorato subito dopo la castagnata per preparare il Presepe mistico, i camini delle fate della Cappadocia. La tappezziera si è dedicata a stirare i tessuti damascati, l'amico elettricista mi ha dato una mano a stendere i drappi, il fiorista ci ha donato le stelle di Natale più belle, la Chiesa è stata pulita di tutto punto e riempita di sedie per accogliere proprio tutti, i sacrestani hanno lavorato a più non posso, dimenticandosi di tutti gli acciacchi, chi è addetto ai fiori in chiesa ha speso un pomeriggio intero per recuperare le composizioni floreali, gli inviti sono stati spediti di casa in casa dai volontari con il giornalino di Natale, le persone arrivate per la Messa della notte di Natale sono state tante, tantissime. Volti amici e volti significativi, volti incontrati e volti nuovi. Ho iniziato il Natale con un pianto liberatorio: finalmente sei nato! Quanta tensione ad essere ostetrici di vita e di cura. Ebbene, proprio nel cuore della notte, nella Messa più sentita dell'anno, quella della notte di Natale, dopo tanti preparativi e tante persone che hanno contribuito con tempo e arte, mi sono dimenticato di disinserire l'allarme della Chiesa! Alle ventitré e trenta è scattato, appena terminata l'omelia, nessuna possibilità di disinserirlo con calma: abbiamo celebrato un Natale allarmato. Come vivere tutto questo? In quegli attimi ho deciso, ho deciso di accogliere quell'imprevisto noioso non come una rovina ad un qualcosa di perfetto, ma come un segno di verità. Il cristiano legge la vita come un segno: anche quell'allarme è un segno. Segno che quel Bambino che celebriamo vuole mettere il cuore in allarme, a tutte le nostre nenie, a tutte le nostre maschere, allarme a tutto il nostro mondo. Un bambino non è una poesia sdolcinata, è un pianto che arriva a stizzire. Una corista mi ha condiviso che si è sentita in sintonia con chi stesse celebrando il Natale a Kiev, a Gaza, a Jenin, a Betlemme, in Nigeria. Pur tra le sirene, pur tra il rumore del mondo, pur tra i suoni dell'allerta, abbiamo celebrato e cantato, abbiamo vissuto quello che eravamo chiamati a vivere, una forte esperienza di spiritualità. Abbiamo saputo trovare quiete e silenzio, anche se il suono continuava ossessivo e imperterrito. Oggi quell'allarme lo rivivo con Stefano, Incoronato, il primo martire. Il Natale illuminato da chi ha talmente amato, talmente voluto bene, da non fare un passo indietro per avere salva la vita. Ha preferito la coerenza e la fedeltà, ai giorni. Assieme a lui, assieme a Stefano, desidero ricordare tutti i martiri che ancora oggi testimoniano con fedeltà Cristo al mondo. Sono stati millesettecento, dal Duemila ad oggi: pochi, rispetto al Novecento, il secolo più atroce per i martiri. Milioni e milioni di cristiani uccisi nei campi di sterminio nazisti, nei gulag sovietici, in sud America e in Asia, sterminati in Turchia e in Armenia, nei deserti del Medio Oriente. Tra questi millesettecento, Papa Leone ci ricorda un bimbo pakistano, Abish Masih, ucciso in un attentato contro la Chiesa cattolica nel marzo del 2015: «Aveva scritto sul proprio quaderno: 'Making the world a better place', 'rendere il mondo un posto migliore'. Il sogno di questo bambino ci sproni a testimoniare con coraggio la nostra fede, per essere insieme lievito di un'umanità pacifica e fraterna». Un posto migliore. Forse a noi non verrà chiesta la vita, non verrà chiesto l'eroismo. Però la fedeltà sì, sempre. La fedeltà a noi stessi e a Dio, nonostante tutto, nonostante tutti. Una fedeltà a noi stessi, dove gli ambienti di lavoro sono tesi di bestemmie e di disumanità; una fedeltà a noi stessi negli ambienti virtuali, trappole di odio. Una fedeltà a noi stessi e a chi si è data fiducia, davanti all'utilizzo di parole ostili, denigratorie, violente. Voglio intonarli così questi giorni di Natale: non come una ripetitività, una sovrabbondanza e una ridondanza di messe, ma come una liturgia dello Spirito, degli Esercizi Spirituali natalizi. Ieri un bambino, oggi un testimone che mi chiede di tornare al Presepe e di testimoniarlo, nonostante un mondo in allarme. È differente, e mi rende stabile questo, mi spaventa molto di più l'in-differenza |