Omelia (26-12-2025)
don Lucio D'Abbraccio
La testimonianza che trasforma il mondo

Oggi la Chiesa ci fa contemplare il primo martire, santo Stefano, nel giorno immediatamente successivo al Natale. Non è un caso: il Bambino che ieri abbiamo accolto nella mangiatoia è lo stesso Cristo per cui Stefano dona la vita. La gioia del Natale e la testimonianza del martirio sono inseparabili.
Negli Atti degli Apostoli vediamo Stefano «pieno di grazia e di potenza», che compie prodigi tra il popolo. Ma proprio questa luce attira l'oscurità: viene trascinato davanti al sinedrio, lapidato, ucciso. Eppure, in punto di morte, vede «i cieli aperti e il Figlio dell'uomo che sta alla destra di Dio». E come Gesù sulla croce, prega: «Signore, non imputare loro questo peccato».
Nel Vangelo, Gesù ci aveva avvertiti: «Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali». Parole che preparano i discepoli alla persecuzione, alla testimonianza difficile. Ma aggiunge anche una promessa: «Non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell'ora ciò che dovrete dire».
Cosa significa tutto questo per noi, oggi? Pensiamo alla giovane mamma che al parco viene derisa perché porta i figli in chiesa la domenica, considerata «antiquata». Pensiamo al ragazzo che a scuola viene isolato perché difende la dignità della vita o il valore della famiglia. Pensiamo all'impiegato che rifiuta di falsificare documenti e rischia il posto di lavoro. O al medico che obietta per coscienza e viene emarginato. Non sono forse piccoli martìri quotidiani?
La testimonianza cristiana non è sempre cruenta come quella di Stefano, ma richiede sempre coraggio. Sant'Agostino diceva che «il martirio non è fatto dalla pena, ma dalla causa»: non è la sofferenza in sé che conta, ma il perché si soffre. Stefano muore perdonando, come Cristo. Questa è la differenza: l'amore fino alla fine.
Pensiamo anche alle piccole morti quotidiane: quando scegliamo di perdonare chi ci ha ferito sul lavoro invece di vendicarci, quando rinunciamo al pettegolezzo che distrugge la reputazione del vicino, quando doniamo tempo alla famiglia invece di inseguire solo il successo. San Giovanni Crisostomo ricordava che «chi vive come Cristo, muore ogni giorno a se stesso». Ecco il martirio nascosto della vita ordinaria.
Gesù ci dice: «Sarete odiati da tutti a causa del mio nome». Parole dure, eppure seguite da una promessa: «Chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato». La chiave è la perseveranza, non l'entusiasmo di un momento. Come il contadino che semina e aspetta con pazienza il raccolto, anche quando la siccità sembra inaridire tutto.
Lo Spirito Santo, promette Gesù, «parlerà in voi». Non siamo soli. Quando Santa Perpetua e Santa Felicita affrontarono il martirio, testimoniarono una gioia che stupì i carnefici. Quella gioia non veniva da loro, ma dallo Spirito che abitava in loro. Anche noi, nelle piccole e grandi prove, possiamo attingere a questa forza.
La festa di oggi ci ricorda che essere cristiani non è un'etichetta sociale né un folklore natalizio. È una scelta che può costare cara. Ma ci ricorda anche che questa scelta dona senso pieno alla vita. Stefano muore vedendo il cielo aperto: la sua morte non è una fine, ma un passaggio verso la pienezza.
E qui arriviamo a Maria. Quale madre ha vissuto un martirio più profondo di Lei, ai piedi della croce? Eppure non maledice, non si ribella. Accoglie il dolore con quella stessa disponibilità del «fiat» dell'Annunciazione. La Madonna, Regina dei Martiri, ci insegna che la testimonianza cristiana nasce dall'abbandono fiducioso nelle mani del Padre.
Usciamo da questa celebrazione con una domanda: per cosa sono disposto a rischiare qualcosa nella mia vita? La fede che celebriamo richiede coerenza, richiede di uscire dalla tiepidezza. Come Stefano, siamo chiamati a essere testimoni, non spettatori. E la Madonna ci precede su questa strada, tenendoci per mano. Amen!