| Omelia (25-12-2025) |
| don Lucio D'Abbraccio |
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Il censimento del cuore Questa notte contempliamo un paradosso straordinario: il Creatore dell'universo entra nella storia attraverso un censimento romano. L'evangelista Luca ci racconta che «in quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra». Pensiamoci: Dio sceglie un freddo atto burocratico per compiere la promessa più grande fatta all'umanità. Quante volte ci lamentiamo delle code agli uffici, delle pratiche da sbrigare, dei documenti da compilare? Eppure è proprio dentro queste situazioni ordinarie che Dio decide di farsi presente. Maria e Giuseppe non vanno a Betlemme per un'esperienza mistica, ma perché «ciascuno si faceva registrare nella propria città». Come quando accompagniamo un figlio all'anagrafe, come quando facciamo la fila alla posta o rispondiamo a una convocazione inattesa: Dio abita la nostra quotidianità. Sant'Agostino meditava: «Dio si è fatto piccolo perché noi imparassimo ad amare anche nelle piccole cose». E quella notte a Betlemme non c'era posto per loro nell'alloggio. È un'esperienza che conosciamo bene: quando cerchiamo una stanza e tutto è pieno, quando arriviamo tardi e troviamo le porte chiuse. Maria e Giuseppe bussano, incontrano l'indifferenza, e infine trovano rifugio dove possono. «Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia». Una mangiatoia: il luogo dove gli animali trovano il loro nutrimento. Quale immagine più eloquente? Gesù nasce come pane per la nostra fame. Ogni volta che ci sediamo a tavola, ogni volta che spezziamo il pane con chi amiamo, possiamo ricordare che Lui si è fatto cibo per noi. Quante madri e quante nonne preparano il pranzo pensando a chi siederà attorno a quella tavola? Così Dio Padre prepara per noi il dono supremo: suo Figlio, non avvolto in tessuti preziosi, ma in umili fasce. E a chi viene annunciata questa nascita? «C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge». Non ai potenti, non ai sacerdoti del tempio, ma ai pastori: uomini semplici, come oggi gli operai del turno di notte, gli infermieri che vegliano negli ospedali, i panettieri che lavorano mentre la città dorme. San Giovanni Crisostomo diceva: «Cristo sceglie sempre gli ultimi per confondere i primi, perché la sua logica è quella dell'amore, non del potere». L'angelo appare e «la gloria del Signore li avvolse di luce». Immaginiamo lo spavento di quei pastori: come quando un rumore improvviso rompe il silenzio della notte e il cuore accelera. Ma l'angelo dice: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia». Il Natale è questo: la certezza che non dobbiamo più vivere nella paura, perché Dio è con noi, Emmanuele. «Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Questo è il segno: non uno spettacolo, non un prodigio clamoroso, ma la fragilità di un neonato. Dio si presenta come qualcuno che ha bisogno di essere accolto, nutrito, riscaldato. Come i nostri figli e i nostri nipoti quando vengono al mondo: totalmente affidati alle nostre mani. Questo è lo stile di Dio: abbassarsi per sollevarci, farsi debole per renderci forti. Santa Teresa di Lisieux lo aveva compreso bene: «Gesù si è fatto piccolo per insegnarci che la santità non sta nelle grandi imprese, ma nell'amore con cui compiamo le azioni di ogni giorno». Cambiare un pannolino, preparare una colazione, ascoltare una persona stanca o ferita: sono queste le mangiatoie dove oggi possiamo accogliere Cristo. Lasciatemi raccontare una storia. C'era una volta un vecchio ciabattino che viveva in un piccolo paese. La notte di Natale sognò che Gesù gli avrebbe fatto visita il giorno seguente. Si svegliò col cuore colmo di gioia: pulì la bottega, preparò il cibo migliore e rimase in attesa. Durante la mattina bussò alla porta un mendicante infreddolito. Il ciabattino lo fece entrare, gli diede da mangiare e gli aggiustò un paio di scarpe rotte. Più tardi arrivò una donna con un bambino stanco e affamato: anche loro furono accolti, rifocillati, ascoltati. Alla sera, stanco e un po' deluso, il ciabattino pensò: «Gesù non è venuto». Ma nel silenzio del cuore sentì una voce che gli diceva: «Sono venuto due volte oggi, e due volte mi hai accolto». A volte pensiamo di non avere nulla da offrire; ma Dio nasce proprio nelle mani vuote di chi si lascia amare. E allora comprendiamo il canto degli angeli: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama». La pace non è assenza di problemi, ma presenza di Dio nella nostra vita; è sapere che non siamo soli, anche quando le nostre giornate assomigliano più a una stalla che a un palazzo. In questa notte santa guardiamo a Maria. Lei è la prima che ha accolto Cristo, che lo ha portato in grembo, che lo ha avvolto in fasce con mani di madre. Senza clamore, nel silenzio, ha custodito ogni cosa nel suo cuore. Maria ci insegna a fare spazio a Gesù nella nostra vita, a preparare per Lui non luoghi perfetti, ma culle nel nostro cuore. Non importa se la nostra vita oggi è semplice, fragile, persino povera. Proprio lì, nella quotidianità dei nostri giorni, Dio vuole nascere ancora. Buon Natale. Amen. Alleluia! |