| Omelia (21-12-2025) |
| don Andrea Varliero |
|
Caro Giuseppe, ti scrivo Impossibile. Scandalo. Pura assurdità. Negazione dell'evidente. Con mani ferite tocchiamo la nuda fede, spaventa fermarci a pensare a chi e in che cosa crediamo. Un ebreo legato ad una storia tutta ebraica, una donna anch'ella ebrea gravida di silenzio, un bambino ingombrante con il DNA dell'impossibile. Non è un quadretto familiare rassicurante, non è una coerenza morale certa, non è la matematica statistica della nostra realtà. È assurda contraddizione, scandalo totale, viene voglia di sghignazzare, di pontificare, di dimostrare; come se la vita fosse dimostrabile, pontificabile, derisibile. Allora mi siedo accanto a Giuseppe: noi due, due uomini distanti due millenni. Guardiamo insieme nella stessa direzione, ci raccontiamo. Come te, Giuseppe, tante volte ho pensato di licenziarmi e lasciare andare, in segreto, per non ferire e non lasciarmi ferire. Come te, Giuseppe, ho pensato che la vita e la fede potessero essere più semplici, meno dure, senza lasciare cicatrici. Ho pensato che una vita senza Dio, che una vita non abitata dall'aver creduto ad una chiamata, potesse essere meno ardua, più lineare, più coerente, persino più sincera. Come te, Giuseppe, provo notti insonni, tante domande, troppe contraddizioni. Come per te, anche per me il crinale tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tra correttezza e slancio, tra fiducia e scandalo, tra solitudine e comunità, è un crinale così sottile, così fragile. Come te, neanche io sono padre, neanche io sono sposo, neanche io ho generato. Una vita di silenzio e di solitudine come la tua, pur in mezzo a tanti e tanti volti. Eppure, anche a me, come per te, la paternità mi è stata accordata; eppure, anche a me, come per te, la sponsalità mi è quotidianamente offerta; eppure, anche a me, come te, la generatività mi viene incontro. Eppure, anche io, come te, sono chiamato a dare nome, a dare vita a Dio nella mia stessa vita. «Dare un nome»: è straordinario, Giuseppe, tu hai dato il nome a chi non ha nome. Giuseppe, cuore di padre, tu hai toccato con mano il sogno, hai avuto il coraggio più grande, quello che tutti noi ci neghiamo, quello di credere al sogno. Ci insegna uno che ha abitato la Bibbia in modo scientifico, il padre della psicoanalisi, Freud, che i sogni dicono tutto quello che durante il giorno non abbiamo avuto il coraggio di vivere, tutti i desideri esiliati, esclusi, allontanati, talmente repressi da diventare incubi. Il sogno è un desiderio che non ha trovato cittadinanza nella nostra vita; dunque, i sogni sono realtà, vanno ascoltati nella realtà del desiderio che esprimono. Dunque, la vita è ben più vasta e più profonda di un pensiero, di un dato, di un esercizio matematico o economico. Voglio darti fiducia, Giuseppe, voglio dare fiducia al tuo sogno. Avresti potuto scegliere infinite altre opportunità: viceversa hai dato fiducia a quest'amore, così distante eppure così vicino, hai dato fiducia alla tua promessa fragile, a Maria. Una promessa, una sola promessa, Maria. Hai accolto un figlio che non è tuo. A ben guardare, tutti noi ne facciamo esperienza della tua stessa esperienza. Nessun figlio è nostro: i figli appartengono a loro stessi, al mondo, a Dio. «I nostri figli non sono figli vostri. Sono i figli e le figlie del desiderio che la vita ha di sé stessa. Essi non provengono da noi, ma attraverso di noi. E sebbene stiano con noi, non ci appartengono. Possiamo dar loro tutto il nostro amore, ma non i vostri pensieri. Perché essi hanno i propri pensieri. Possiamo offrire dimora ai loro corpi, ma non alle loro anime. Perché le loro anime abitano la casa del domani, che voi non possiamo visitare, neppure nei nostri sogni» (K. Gibran). Ti ringrazio Giuseppe. Hai avuto il coraggio di abbracciare la vita come ben più grande di questo limite che abbiamo davanti a noi. Hai avuto il coraggio di vivere fino in fondo la vita, quella non come tu l'avevi prevista, non come te la eri organizzata, neanche come te la eri sognata a occhi aperti. Eppure, l'hai accolta per quello che è, presenza di un mistero tutto da cercare, di Infinito. Il tuo sì non è stato una rassegnata o codarda pazienza, un aver chinato la testa, ma un pieno, umano, forte sì alla vita che tu non hai deciso. Per questo coraggio di Giuseppe, Dio avrà un figlio tra noi. Le domande sono ancora tante, le contraddizioni non sono cancellate, ma grazie a te un primo passo è compiuto. Tanto basta a uscire da questo pantano, uscire a rivedere le stelle di una promessa. |