Omelia (21-12-2025)
padre Gian Franco Scarpitta
A Natale il vero " segno"

Nel linguaggio biblico "tentare Dio" vuol dire metterlo alla prova con la pretesa che faccia segni o prodigi a nostro piacimento, affinché possiamo credere nella sua esistenza e onnipotenza. Tale pretesa coincide con la mancanza di fede nel Signore, con il rifiuto della sua rivelazione ordinaria, della sua volontà e della sua misericordia e di conseguenza è peccato grave. Non per niente Gesù, vessato dal Maligno tentatore nel deserto, replica a questi "Sta scritto anche: ‘Non tenterai il Signore tuo Dio'"(Mt 4, 7). Di Dio bisogna aver fiducia, accogliere la sua Parola e la sua rivelazione, non pretendere che faccia miracoli o segni affinché gli crediamo.
Per questo nella Prima Lettura di oggi, tratta da un famoso passo di Isaia, il re Acaz si rifiuta di chiedere un "segno" dal Signore: pensa di poter commettere il peccato non indifferente di dover tentare la pazienza e l'amore di Dio. Tuttavia c'è un malinteso: in realtà Dio non gli sta chiedendo di impetrare un "segno" nel senso di pretestuosità o di alterigia, ma "un segno da profondo degli inferi oppure in dall'alto", ovvero di chiedere un qualsiasi aiuto, un approccio, un intervento favorevole, insomma gli chiede di mostrare concreta fiducia in lui. Si era viveva infatti una difficile relazione con gli Assiri e Dio chiedeva al re Acaz di chiedergli un atto di fede e di attenzione.
Alla fine sarà Dio stesso a mandare il segno di cui si discute: "La vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, il Dio con noi. Tale profezia si realizza di fatto nella persona del re Ezechia, figlio di Acaz, che apporterà poi una svolta innovativa alla questione Assiria. Riguarda nell'immediato quindi un divino intervento risolutore con un personaggio storico.
Il passo di Isaia però è allusivo anche alla promessa del futuro Messia, l'Unto Salvatore Dio con noi, che sarà Gesù, il Cristo. Ci rivela che da una donna pura e immacolata, non contaminata da contatto umano, sorgerà l'atteso dalle genti che da secoli era stato promesso, Colui nel quale tutti siamo invitati a credere e a sperare, il vero "segno" dell'amore di Dio per gli uomini. Esso sarà addirittura Dio stesso che si farà uomo, incarnandosi per la nostra salvezza. Se l'aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra (Sal 121, 1 - 2) e la sua provvidenza può inviare un re terreno esperto e diplomatico, tanto più lo stesso Dio può mandare un Re universale apportatore di salvezza e di speranza, capace di risollevare le sorti di qualsiasi popolo o nazione. Non può essere questi che il Cristo, la cui incarnazione è descritta nei vangeli, il Verbo che si fa carne per venire a vivere in mezzo a noi (Gv 1, 14).
Il re Ezechia è peraltro annoverato nella genealogia riportata da Matteo, nella quale si contano 42 generazioni suddivise in tre percorsi di storia da Abramo fino a Giuseppe. Luca stende una genealogia in senso ascendente, che da Giuseppe padre putativo di Gesù giunge addirittura fino ad Adamo, questi definito "figlio di Dio"(Lc 3, 23 - 38). Forse per dire che se Adamo è figlio di Dio in quanto creatura, Cristo lo è in quanto Persona divina incarnata e tale sarà proclamato al momento del battesimo; certamente però ambedue gli autori tratteggiano la concretezza con cui in Cristo Dio entra nella nostra storia e la percorre in tutte le sue tappe, considerando appunto le generazioni terrene. Dio infatti non prorompe nella nostra vita alla stregua di un poderoso eroe mitologico che compare improvvisamente comparendo quasi dal nulla o sprigionandosi dalle rocce o dal sottosuolo ma piuttosto decide di seguire tutte le tappe imprescindibili del vissuto umano, quindi anche la generazione e la gestazione materna e di conseguenza anche l'infanzia. Ecco che allora Gesù è il vero "segno" che ci viene dato come sprone per continuare a credere e a sperare alle condizioni tuttavia di ravvivare questa fiducia e speranza e soprattutto a condizione di esternare questa fede nell'amore.
Anche a noi è chiesto di non "tentare il Signore" con la pretesa assurda di prove incontrovertibili della sua esistenza, quali presunte visioni o apparizioni o miracoli che del resto non ci convincerebbero nonostante la loro straordinarietà: non è detto infatti che la fede si possa guadagnare in conseguenza di un evento soprannaturale, fosse pure il più sconvolgente. Lo stesso vangelo ci ragguaglia che neppure se uno risorgesse dai morti ci convinceremmo dell'esistenza di Dio e della vita eterna (Lc 16, 31). E' piuttosto la conversione alla Parola e la fede in essa a dischiuderci la via della vita e della salvezza e quando pure avvenisse il miracolo è sempre conseguenza di questa fede forte e radicata libera da compromessi e pregiudiziali. E' lo stesso Cristo, Parola incarnata, il vero "segno". Come egli stesso affermerà, sarà il "segno di Giona" alla sua morte e resurrezione (Lc 11, 29 - 32) e adesso il segno del vero amore di Dio per l'uomo, sufficiente esso stesso per ravvivare la speranza e avere in noi la vita. Rivelandosi come vero Dio e vero uomo e invitandoci alla comunione con lui, Gesù non ci soddisfa nell'ebrezza fugace di un momento o nelle soddisfazioni solamente passeggere, ma è perennemente la nostra via,, a verità e la vita (Gv 14, 6).
Basta aprire il cuore a lui, specialmente nella specificità della Divina Infanzia che sta per raggiungerci per costituire oltre che un segno anche una realtà di pace e di amore definitive.