| Omelia (14-12-2025) |
| don Andrea Varliero |
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Inno alla Gioia È possibile. Ed è la bellezza e la potenza della Liturgia: entrare in contatto con la gioia, con quello che è gioia, profonda. La gioia di un volto incontrato, la gioia di una parola buona, la gioia di amare e di essere amati; la gioia di sentirsi compresi, valorizzati, e la gioia di comprendere, di valorizzare. La gioia, così diversa dall'effimero, così diversa da una soddisfazione per un acquisto o per aver raggiunto uno scopo: la trovo laddove non andrei mai a cercarla, è presente anche in fondo al dolore e alla preoccupazione. Ho provato gioia nell'aver condiviso il Calvario con una sorella cui è stata diagnosticata una terapia invasiva, ho provato gioia quando una madre ha potuto trovare in me un minimo di porto sicuro nel mare in tempesta del figlio. Ho provato gioia nell'aver accolto e nel fatto sentire accolta una persona lontana, al di fuori degli schemi. Potremmo dire che la gioia è sempre a caro prezzo, perché avviene non quando tutto fila liscio, ma quando spiritualmente avvertiamo che Dio è con noi. La gioia sempre così fragile, così passeggera: ci era passata accanto, ma ci siamo resi conto troppo tardi che era lei. La gioia che ha a che fare sempre con la dimensione spirituale del vivere, perché la respiri, la senti, la percepisci: la gioia è presenza in noi. Chiamiamola Spirito. È un inno alla gioia quello che intona Isaia in questa domenica: un deserto che si rallegra, una steppa che fiorisce, alberi che ballano a ritmo di sette ottavi, danze e strade dorate. È un inno alla gioia per ciechi, zoppi, storpi, per un'umanità per niente perfetta, un po' deformata, la schiena che sente il peso di tante preoccupazioni dentro e fuori di noi. Un deserto che fiorisce: solo un poeta, solo un profeta, può farci vedere quello che per noi è un deserto di vuoto. «Ciò che rende bello il deserto, disse il Piccolo Principe, è che da qualche parte nasconde un pozzo», scrive Antoine de Sant'Exupéry. In questa domenica nel cuore dell'Avvento, sono chiamato a dissotterrare quel pozzo interiore, a scavare con le mani, a cercarlo come questione di vita o di morte, per ritornare alla sorgente della gioia. È un inno alla gioia quello che anche Gesù intona, davanti alla domanda di Giovanni Battista. «Sei tu colui che deve venire, oppure dobbiamo aspettare ancora?». Se anche Giovanni Battista si pone qualche domanda, allora è necessario anche per me continuare a cercare e ricercare. È necessaria anche a me la domanda, il non dare per scontato. Approfondire quel volto tra i volti. E quel volto, il volto di Gesù si riempie e si illumina di volti: sono tutti i volti e tutti i nomi di chi ha incontrato, di chi ha guarito, di coloro a cui ha restituito vita. Ciechi che vedono in modo diverso il dolore, zoppi che hanno ripreso a camminare, lebbrosi e contaminati che sono stati restituiti a Dio, sordi che hanno la pazienza e il tempo di mettersi ad ascoltare, persino morti che rivivono in Lui. Poveri, a cui è annunciato il Vangelo. L'inno alla gioia più bello, quello dei volti. Ed è possibile anche a tutti noi: comporre l'inno alla gioia con i nomi e i volti di chi ci è accanto. Madre Teresa di Calcutta compose una bellissima preghiera sulla gioia: «Un cuore gioioso è il normale risultato di un cuore che arde d'amore. La gioia non è semplicemente una questione di temperamento, è sempre difficile mantenersi gioiosi: una ragione di più per dover cercare di attingere alla gioia e farla crescere nei nostri cuori. La gioia è preghiera; la gioia è forza; la gioia è amore. E più dona chi dona con gioia». E dunque, mi metto in ginocchio, ve lo chiedo per favore: quando usciamo di Chiesa, quando la liturgia è chiamata ad essere celebrata nella vita, il nostro volto non sia un volto triste, lungo, tirato, né un volto teso. È vero, preoccupazioni e tensioni non ci mancano, paure e dolori sono di casa; eppure, proprio perché vissute insieme a Lui, possono diventare sorgente interiore di gioia. Che bello sarebbe quando nostro figlio adolescente, quando nostro nipote, quando il nostro vicino di casa, quando il collega domani al lavoro, ci vedranno rientrare, potessero pensare in cuor loro: si vede che è stato a Messa, che ha celebrato l'inno alla gioia. Si legge in volto che ha toccato una Gioia, che io forse ancora non conosco. Non ci manchi mai la gioia. |