Omelia (27-07-2025)
Agenzia SIR
L'arte di pregare

Nella XVII domenica del Tempo Ordinario, Luca ci introduce nel grande mistero della preghiera. Gesù ha appena finito di pregare quando uno dei suoi discepoli gli chiede istruzioni al riguardo: "Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli". E Gesù offre indicazioni preziose per i discepoli di ogni tempo.

Pregare è entrare nell'intimità del Figlio, Gesù, con il Padre e sperimentare il sapore dell'amore reciproco e della profonda comunione in forza della quale il Figlio non desidera altro che ciò che vuole il Padre suo. Pregare è entrare nell'atmosfera della familiarità e della confidenza per rivolgersi a Dio chiamandolo "Padre". La porta d'ingresso della preghiera è un cuore filiale che sa riconoscere in Dio la propria radice, colui dal quale ha ricevuto il proprio nome, colui che si prende cura di ogni sua necessità e del quale potersi fidare ciecamente.

Pregare è respirare la santità divina e riconoscerla attraverso la lode per affermare il primato assoluto di Dio su ogni realtà terrena. Pregare è desiderare che Dio regni in ogni ambito della vita umana perché il mondo faccia spazio ai sentimenti di Dio e alla sua opera salvifica. Pregare è confidare nell'intervento gratuito e provvidenziale di un padre che conosce i nostri bisogni materiali (simboleggiati dal dono del pane) e anche quelli più profondi e interiori, legati alla salute dello spirito (simboleggiati dal perdono dei peccati da chiedere a Dio e da offrire a quei fratelli che ci hanno ferito). Pregare è chiedere aiuto nel combattimento spirituale per affrontare le tentazioni del maligno non da sconfitti ma da "più che vincitori" (Rm 8,37), sull'esempio del Figlio che non cede alle lusinghe del potere ma si fa forte solo dell'amore del Padre.

Per accendere ulteriori luci sul tema della preghiera Gesù ricorre anche a un breve racconto con il quale desidera istruire i discepoli circa la forza e l'efficacia dell'intercessione presentando il caso di un uomo che si rivolge a un amico bussando alla sua porta nel cuore della notte per chiedergli il pane utile a sfamare un ospite inatteso. Gesù termina il racconto affermando che se anche quest'uomo non avesse voglia di alzarsi e rispondere alla richiesta, sarebbe costretto a cedere "almeno per l'invadenza" del suo amico. In tal modo Gesù descrive la preghiera come un'azione perseverante e costante, che non conosce atto di resa e battute d'arresto. La preghiera è un'azione impregnata di fiducia, animata dalla certezza che colui che viene interpellato non resterà impassibile, ma saprà essere un interlocutore credibile che prende sul serio ciò che gli è richiesto: "chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto".

Gesù poi riprende la metafora del rapporto padre/figlio con la quale ha aperto la sua istruzione sulla preghiera e fa un paragone tra la qualità della paternità umana e quella della paternità divina. Se un padre terreno cerca di dare cose utili e buone ai propri figli, quanto più il Padre celeste che porta in sé i tratti superlativi della paternità. Se un padre terreno, così limitato e soggetto ad egoismo, è capace di una grande generosità verso i propri figli e, pur essendo cattivo, sa offrire loro cose buone, "quanto più il Padre del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!". La preghiera è dunque frutto del desiderio umano che anela all'incontro con il Padre e del desiderio che ha questo Padre di riversare nel cuore dei suoi figli lo Spirito che prega in noi, intercede e forgia in noi un cuore filiale, capace di docilità verso Dio e di generosità verso gli altri.

Commento di Rosalba Manes, consacrata dell'Ordo virginum e biblista