| Omelia (31-12-2023) |
| fr. Massimo Rossi |
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Commento su Luca 2,22-40 Storie di gravidanze straordinarie: donne (già sfiorite) che partoriscono fuori tempo massimo - Anna, madre di Sansone, Sara, madre di Isacco, Elisabetta, madre del Battista -; giovani schiave - come Agar, madre di Ismaele, serva di Sara, moglie di Abramo -, le quali prestano letteralmente l'utero per dare posterità al loro signore (sposato a una donna sterile) (cfr. Gn capp. 16 e 21). Anche la gravidanza di Maria, promessa sposa di Giuseppe, rientra fra questi casi eccezionali, ma ne differisce completamente, e lo sappiamo, perché la sua avvenne per opera dello Spirito Santo, senza il contributo maschile. Non possiamo trascurare le ricadute morali e sociali di questi fatti... È vero, erano altri tempi e la morale non era certo la nostra; l'istituzione del matrimonio era regolata in modo assai diverso, rispetto a oggi, almeno presso la (nostra) cultura occidentale; la poligamia non era reato; la legge del levirato assicurava una posterità anche a colui che moriva senza figli,... Ma ciò non toglie che anche in quegli anni così lontani e in quelle culture così diverse (dalla nostra), la risonanza sociale dei fatti, all'interno dei clan, e soprattutto fuori, segnasse la storia della famiglia, nel bene o nel male, in modo indelebile. La prima lettura, tratta dalla Genesi racconta la storia di Abramo, della moglie Sara e del loro figlio Isacco. Il Vangelo di Luca, ci presenta i primi passi della famiglia di Nazareth, passi fortemente connotati dalla fede, o, più che dalla fede, di certo presente nel cuore di Maria e di Giuseppe suo marito, dalla tradizione religiosa: ogni maschio che nasceva apparteneva a Dio e doveva essere riscattato da parte dei genitori, attraverso l'offerta rituale di un animale: un vitello, se la famiglia era facoltosa, una coppia di tortore se papà e mamma erano poveri. È il caso dei nostri due protagonisti. La pratica religiosa del riscatto (del neonato) era prescritta dalla Legge di Mosè, e risaliva addirittura alla liberazione dalla schiavitù in Egitto del futuro Israele; ricordate certo il dramma della morte dei primogeniti: l'evento era stato interpretato come la punizione di Dio contro l'Egitto che aveva reso schiavo il Popolo eletto. Oggi la scienza avrebbe forse dato al fatto un'interpretazione diversa: che so, uno strano virus che colpiva ogni nuovo nato. Secondo la fede ebraica la morte dei primogeniti attestava l'assoluta signoria di Dio sopra ogni vita. Più in generale, è convinzione radicata in tutte le Scritture che i figli sono un dono del Cielo, donde il dovere di ringraziare Dio per la Sua bontà, in forma tangibile, ricorrendo all'offerta di un capo di bestiame grosso, o minuto. Il rito della presentazione al Tempo aveva degli effetti giuridici non meno importanti di quello religioso testé illustrato: in occasione di questa che era una vera e propria celebrazione pubblica fatta nel Tempio, il padre imponeva ufficialmente il nome al neonato e con questo atto lo riconosceva figlio suo; la madre veniva purificata dal sangue versato durante il parto, che l'aveva resa impura. Qualcosa di simile si è conservato fino a cinquant'anni fa, quando le nostre madri, dopo aver partorito, solevano presentarsi al prete della parrocchia per ricevere una benedizione. Una benedizione male non fa, direte voi, anzi, tutt'altro! Ne convengo... Tuttavia conoscere le radici di certe tradizioni religiose può far pensare. E di usanze ancora attuali, che, se ne conoscessimo l'origine, forse le abbandoneremmo, ce ne sono tante. Un esempio solo: l'usanza di accompagnare una figlia all'altare il giorno del suo matrimonio. Ma torniamo al Vangelo e all'odierna solennità della Santa Famiglia. Parere personale: per celebrare la famiglia di Nazareth avrei scelto un'altra pagina di Luca, l'unico evangelista che dedica ai protagonisti del Natale ben due capitoli, i primi, del suo Libro. Il passo che intendo è altrettanto famoso: si tratta del ritrovamento di Gesù dodicenne tra i dottori del tempio. Lo ritengo più appropriato perché da esso apprendiamo l'atteggiamento di Gesù nei confronti dei genitori, cosa che ovviamente non si può evincere dalla pagina della presentazione - Gesù era neonato, non poteva pertanto interagire coscientemente con gli altri personaggi -. Dobbiamo comunque registrare in entrambe le scene lo stupore di Maria e di Giuseppe, riguardo al risalto che produsse l'ingresso di Gesù nel Tempio. Tanto da neonato, che da adolescente, per non parlare della scena raccontata dal quarto Evangelista, al cap. 2, nota come la purificazione del Tempio, Gesù suscita sempre in coloro che lo incontrano nel tempio reazioni forti, tanto positive che negative; a cominciare da papà e mamma. E non si tratta solo di emozioni! la sensazione forse più intuitiva, che razionale, ma comunque profonda, financo shoccante, di trovarsi di fronte Qualcuno che non è soltanto un uomo. Sensazioni come questa non si avvertono più ai giorni nostri, per fortuna, o purtroppo... E qui nasce la domanda da 100 milioni: nell'approccio, personale e comunitario, con il sacro, che cosa suscita in noi reazioni, sensazioni che vadano oltre una semplice emozione? Intendiamoci, le emozioni sono importanti, ma restano in superficie, non hanno la forza di muovere il cuore, tantomeno la mente, perché alla fede sia riconosciuto il primo posto nella scala dei valori. Siamo alla fine dell'anno. Domani ne inizia uno nuovo; colgo l'occasione per fare i miei migliori auguri per un felice 2024, generoso di doni... nella speranza che tra questi (doni) ci sia la pace, e anche una fede più adulta e coraggiosa per vivere da veri testimoni il Natale del Signore, liberi - o non troppo vincolati - da quel "romanticismo (del Natale)" tanto tenero e delizioso, quanto pernicioso per il mistero dell'Incarnazione e per la vita nuova che ne dovrebbe scaturire in ciascuno di noi... AUGURI a tutti! |