| Omelia (19-11-2023) |
| fr. Massimo Rossi |
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Il discorso escatologico di Gesù, una lunga riflessione che tocca alcune questioni "sensibili" che ci riguardano da vicino - la fine del mondo, il ritorno del Signore, il giudizio finale, la salvezza eterna e, Dio non voglia, la condanna eterna -, si conclude con questa pagina: la famosa parabola dei talenti. Sarei tentato di avviare immediatamente il discorso sui nostri talenti; invitando ciascuno a discernere quanti e quali doni abbia ricevuto da Dio, e valutarne l'utilizzo a servizio del bene comune... Ma prima di declinare l'insegnamento del Signore sulle nostre storie private e pubbliche, è necessario sottolineare alcuni aspetti di fondo: il brano è diviso in due parti, la prima breve, la seconda molto più lunga. Ad una lettura superficiale siamo colti dalla tentazione di concludere che il cuore dell'intera parabola batta forte nella seconda parte, dalla quale apprendiamo la reazione del padrone nei confronti dei servi cui aveva affidato il patrimonio... E invece il senso del racconto emerge dalla prima parte, ove lo scrittore descrive il lavoro compiuto dai servi, per far fruttare i talenti ricevuti. Beh, i primi due... Il terzo ha avuto paura di non essere all'altezza delle aspettative del padrone, a suo giudizio, troppo severo e poco tollerante... L'epilogo lo conosciamo: premio eterno a chi, in vita, ha saputo trafficare i doni ricevuti; pena eterna a chi ha preferito conservare al sicuro il talento e lo ha restituito tale e quale. Ricordate l'omelia di domenica scorsa? la parola d'ordine era ‘vigilare': questa domenica, Matteo aggiorna il discorso sulla vigilanza e lo completa: secondo la parabola dei talenti, vigilare significa passare dalle parole ai fatti: non basta osservare la realtà, come dei semplici spettatori. È necessario rimboccarsi le maniche ed entrare in questa realtà, facendo la nostra parte. Nessuno può farla al posto nostro. I talenti che Dio ha affidato a ciascuno, pochi o tanti che siano, soltanto noi possiamo trafficarli. "L'opera del Bene è come un grande palcoscenico, ove ad ognuno ha una parte"; se qualcuno rifiuta di entrare in scena, non fallisce solo lui, ma mette a rischio l'intera opera! Nell'economia della parabola i primi due servi hanno la funzione di porre in risalto, per contrasto ovviamente, il comportamento del terzo: costui, come ho accennato sopra, ha una sua personale idea di Dio, pardon, del padrone... in una simile concezione del Capo c'è spazio solo per la paura, dalla quale discende la scrupolosa osservanza della legge, di tutto e solo ciò che è ivi prescritto. Il servo non intende correre rischi, dunque mette al sicuro il denaro, per riconsegnarlo al momento del redde rationem. Qualche lettore potrebbe addirittura pensare che un comportamento improntato alla cautela, alla conservazione di quello che si ha - magari è poco, ma almeno c'è! - sia legittimo... in fondo, anche il coraggio dell'intraprendenza è un talento... E se il Buon Dio non me l'ha dato? Non può pretendere che uno come me, fragile, poco avveduto, magari anche sfigato,... si getti nella mischia con l'audacia di un gladiatore! La vita è uno stadio! mica sempre si vince, anzi! Uno su mille ce la fa! Ecco che ritorna la questione dell'autostima. Siamo certi di non avere alcun talento? abbiamo mai provato a fare un serio discernimento su di noi, a questo proposito? L'osservanza scrupolosa della legge, tipica di scribi e farisei, nasce da convinzioni analoghe a quella del terzo servo: tutti costoro non comprendono la condotta di Dio che Gesù è venuto a manifestare. Addirittura la ritengono ingiusta; tutti costoro concepiscono la giustizia come un rapporto di parità: Tanto mi hai dato, altrettanto ti restituisco. Peccato, non capiscono che il Signore si muove entro un orizzonte di amore; e chi vive l'amore, non fa calcoli come questi, e soprattutto non ha paura. Dio, per primo, non si comporta secondo la giustizia farisaica, gretta e miope! Ecco perché ci perdona i peccati e festeggia il ritorno del figlio perduto, paga l'operaio dell'ultima ora come il primo. Anche il servitore deve uscire dall'angusta logica umana del "tanto-quanto". La parabola ha dunque lo scopo di farci comprendere la natura profonda del rapporto che Dio vuole instaurare con noi: tutto l'opposto di quell'amore servile che cerca invece rifugio e sicurezza dall'ira di un Dio, sostanzialmente percepito come un nemico, osservando esattamente i Suoi comandi. L'amore, invece - e non il timore -, è il contesto perfetto, nel quale possono scaturire la libertà, la generosità, il coraggio,... Per amore si fanno follie! e chi è stato innamorato lo sa! L'Evangelista traduce infine questo rapporto di amore tra Dio e l'uomo in un comportamento dinamico e fattivo; forse dobbiamo convertire anche la nostra idea dell'amore. Quanti stereotipi da Baci Perugina! C'è un tempo per stare seduti sul divano a guardarci negli occhi, con le farfalle nello stomaco, tenendoci le mani, sfinendoci di baci, e di "Ti amo"... Ci sta, eccome se ci sta! Ma poi arriva il momento che questa bolla di amore, ove ce ne stiamo al caldo, nell'illusione che bastiamo a noi stessi e il mondo non ha bisogno di noi, (questa bolla) scoppia, deve scoppiare! E l'amore che ci scorre nelle vene come un fiume in piena e ci manda in pappa il cervello, si espande fuori di noi, deve espandersi! Attendere il ritorno del padrone significa dunque assumersi i rischi della propria responsabilità! Coloro che si muovono nell'amore, vedranno dischiudersi prospettive nuove e inaspettate! Chi invece, per paura, per meschinità, o anche solo per pigrizia, rimane inerte, diventa sterile. Alla fine si troverà a mani vuote. Avrà perduto anche quel poco che aveva. |