Omelia (08-10-2023)
don Giampaolo Centofanti


Impossessarsi dei doni ricevuti può essere un atteggiamento dovuto alla mancanza della grazia corrispondente. Ma anche ansie, ferite, schemi, possono costituire debolezze che non aiutano ad accogliere i doni nella volontà di Dio invece di gestirli in proprio. Può necessitare del tempo perché si prendano le misure verso tali situazioni orientandoli verso e in Dio. Ma si può anche giungere come in questa parabola alla chiusura consapevole e volontaria. L'uomo quando è povero e bisognoso si avvicina a Dio quando diventa ricco rischia di insuperbire, di sentirsi forte, e ciò diventa la sua vera povertà e debolezza perché il fare da soli come tralci staccati dalla vite secca priva della linfa ogni cosa. E tra l'altro ciò avviene nel tempo perché un poco di linfa resta nel tralcio per qualche tempo anche dopo che è stato staccato dalla vite. Quindi può per un certo periodo parere che non cambi nulla: la vita di coppia, l'amicizia, il lavoro, conservano certe risorse positive. Pensiamo ai discepoli di Emmaus: fuggivano dalla comunità dei discepoli ma ancora accolgono lo straniero che si affianca al loro cammino. Questo li salverà e li farà tornare sui loro passi. Ma un altro casi il vedere che tutto va bene anche senza cercare la volontà di Dio chiude sempre più in una superbia, in un fare da soli, che svuotano ogni aspetto della vita da dentro. La moglie vede che il marito non la ama come prima e cerca di fare qualcosa per attirarlo ma il punto è che se la vita del marito si spegne ogni suo aspetto si spegnerà gradualmente sempre più. Come per la vigna si può per esempio perdere la vita di coppia paradossalmente perché la si gestisce in proprio.