Omelia (01-10-2023)
Missionari della Via
Commento su Matteo 21,28-32

La parabola di questa domenica continua la discussione precedente sul duplice interrogativo circa l'autorità di Gesù e l'origine del battesimo di Giovanni il Battista. Attraverso le figure dei due figli, Gesù vuol mettere in luce due tipi di atteggiamento. Quello di chi inizialmente rifiuta il Signore (pubblicani e prostitute), dunque è profondamente smarrito ma poi, di fatto, a suo tempo, accoglie l'annuncio e si converte; e chi, invece, a parole si dice credente ma nei fatti non lo è, in quanto concretamente non si lascia guidare dalla Parola di Dio, dunque non fa la sua volontà (capi dei sacerdoti e anziani del popolo, dunque guide religiose e "praticanti"). Gesù stigmatizza così quanto stava accadendo: i "perduti" accoglievano l'annuncio del Battista e la predicazione di Gesù, cambiando vita e decidendosi a seguirlo; i "pii", invece, rifiutavano tutto ciò, sentendosi già a posto. Matteo è l'unico che scrive questa parabola: con essa mira a farci riflettere, personalmente e comunitariamente, ricordandoci che non ci salva un'adesione formalistica e verbale a Gesù, ma occorre una fede concreta, matura, che si incarna nella concreta osservanza della parola di Dio, e dunque nell'amore a Dio e agli uomini. Con San Giovanni potremmo dire: «Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18).

L'atteggiamento del secondo figlio (che dice e non fa), ci mette in guardia dal pericolo serissimo del sentirsi a posto, sicuri della salvezza, perché "ci si dice e professa credenti", ma con i fatti la volontà di Dio non la si vuol compiere. Questo può avvenire in modi diversi. Generalmente a causa di una scarsa capacità introspettiva e di una coscienza poco formata. Pensiamo all'esempio aberrante dei mafiosi, ‘ndranghetisti in primis, che mischiano di religiosità i loro riti, arrivando a pensare e a dire che il loro agire violento e viscido sia protetto da Dio e voluto dalla Madonna... Ma senza arrivare a tanto, basti pensare a quando ci si sente tutto sommato a posto, senza nulla da confessare, ripetendo la filastrocca: non ammazzo, non rubo, che male faccio? Non parlo di chi, nella semplicità, non ha avuto modo di formarsi cristianamente, ma di chi non è aperto alla grazia, non è disposto a lasciarsi mettere in discussione, e si rinserra dietro quelle quattro cose buone che fa, legando ad esse la sua immagine, divenendo incapace di guardarsi nella verità. È un pericolo serio, e per uscirne ci vuole tanta grazia e tanta umiltà!

Dall'altra parte, l'atteggiamento dei pubblicani e delle prostitute ci fa riflettere, e speriamo ravvivi un po' il nostro desiderio di corrispondere prontamente a Gesù. Anzitutto ci ricorda una cosa seria: che è più facile la conversione di uno che è nel peccato grave, magari pubblico e manifesto, di uno che si sente a posto. «Perché Gesù sceglieva di preferenza la compagnia di questi peccatori pubblici? Non per stupire o scandalizzare a basso prezzo ma per mostrare, in modo paradossale, che queste persone emarginate e condannate sono nient'altro che il segno manifesto della condizione di ogni essere umano. Tutti siamo peccatori - finché ci è possibile, in modo nascosto! -, ma Gesù aveva compreso una cosa semplice: i peccatori pubblici, sempre esposti al biasimo altrui, sono più facilmente indotti a un desiderio di cambiamento; essi possono cioè vivere l'umiltà quale frutto delle umiliazioni patite, e di conseguenza possono avere in sé quel "cuore contrito e spezzato" (Sal 51,19) che può portarli a cambiare vita nel rapporto con Dio, con gli altri e con se stessi. Ecco la radice della conversione, per quanto dipende da noi!» (fr. Enzo Bianchi). Dunque la loro prontezza ci fa bene al cuore, e preghiamo ravvivi il desiderio e l'impegno nella concreta sequela. Dall'altra, ci dà tanta speranza. Gesù, riferendosi alla parabola, non guarda al rifiuto iniziale, ma alla scelta finale. Il primo figlio passa dal no a parole al sì nei fatti e fa concretamente la volontà di Dio. Il Signore guarda questo, non si ferma - come facciamo spesso noi - al no iniziale, anzi, possiamo dire che considera positiva la lotta vissuta interiormente e il cambiamento attraversato. Quante volte, anche nelle scelte quotidiane, viviamo questo dissidio interiore. Magari è ora di compiere una cosa buona, giusta, necessaria: è ora della preghiera, del proprio lavoro, di dedicare del tempo a qualcuno... ma la voglia non c'è; eppure, entri in quella lotta e per grazia di Dio la vinci, scegliendo il bene. Anziché "flagellarti" per il "no" iniziale, gioisci per il sì finale. Dio guarda quello, e "gioisce" per quello, per la lotta vinta, per il bene compiuto, per la tua scelta che ti rende felice. Che il Signore ci aiuti a vivere una fede matura, una vita cristiana solida, senza scoraggiarci per eventuali "fuori bersaglio", certi che la santità è possibile per tutti. D'altronde, come disse il Santo Curato d'Ars: «I santi non tutti hanno iniziato bene ma tutti hanno finito bene».