| Omelia (01-10-2023) |
| don Giampaolo Centofanti |
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In vario modo e sotto vari aspetti Gesù parla di due atteggiamenti di fondo che nascono da due versioni opposte del fare da soli, che può nascere facilmente da una mancanza di grazia che permette senza troppo chiudere il cuore di sperimentare che il non appoggiarsi a Dio porta conseguenze negative. Gesù spesso cita per primo il fare da soli più naturale, quello di cercare la vita dove pare di trovarla. Il vuoto, la solitudine, la precarietà conclamata, possono fare comprendere sulla propria pelle ad una persona che invece ha bisogno di aiuto perché da sola non ce la fa più. Ora però Dio può dare una grazia più grande a quel tale perché più ben disposto ad accogliere concreti aiuti, avendo sperimentato il proprio fallimento. Dunque il ritornante vive una nuova fiducia Dio. Ma questa prima persona va per vie sbagliate, vuole fare di testa propria, ma in fondo è sincera, mette in gioco il proprio cuore e così a modo proprio sente Dio come padre e tale lo chiama. Il secondo atteggiamento descritto da Gesù è quello di chi vive un'astratta perfezione come una gabbia di obblighi in cui si chiude per non venire mai ripreso. Tale soggetto non ha fiducia nell'amore, nella comprensione, nel perdono, di Dio. Sempre perfetto per forza non si sente amato ed invece sente come dovuta a lui ogni cosa perché guadagnata da tanto rigore. Ma col cuore chiuso tale perfezione diviene in varia misura un formalismo, un dire vado senza in profondità andare mai. Anche il figlio maggiore potrà sperimentare il proprio fallimento: quello di una vita tutta sotto controllo che invece sfugge da tutte le parti. Il figlio maggiore sperimenta il bisogno di essere aiutato da persone che tanto disprezzava nel proprio formalismo perfezionistico. Bisogno di aiuto, fiducia in Dio e fede, fiducia, anche negli uomini. Gesù parla di credere in Giovanni Battista, mandato da Dio. Ecco il pentimento, la via del ritorno, dove Dio con amore, discreta e rispettosa vigilanza, aspetta ogni uomo. |