Omelia (17-09-2023)
padre Gian Franco Scarpitta
Considerare il perdono

L'insegnamento parabolico di Gesù, del quale si ha un preambolo anche nella Prima Lettura del libro del Siracide, si mostra di facile comprensione: davanti a Dio l'uomo è come un debitore insolvente che non potrebbe mai pagare il suo debito se Dio non gli avesse concesso il suo perdono e la sua misericordia, specialmente nel sacrificio del suo Figlio Gesù sulla croce. Oltre ai peccati attuali che commettiamo tutti i giorni, alle strutture sociali di peccato, ai contesti peccaminosi in cui ci troviamo a barcamenarci, siamo talmente intrisi di imperfezioni e di difetti che con le nostre sole forze non riusciremmo a guadagnare la salvezza. Il debito di diecimila talenti di cui al servo della parabola odierna potrebbe equivalere al debito pubblico di uno Stato, a una cifra vertiginosa impossibile ad essere estinta; tale è la condizione dell'uomo peccatore davanti a Dio. Di un debitore assolutamente impossibilitato a liberarsi del proprio fardello. Solo la misericordia, l'amore riconciliante di Dio nello specifico della croce di Cristo hanno potuto riscattarci e metterci in condizioni di degnità di fronte a Dio e se adesso possiamo aspirare anche al paradiso e alla vita eterna ciò si deve certamente alle nostre buone opere (indispensabili) ma soprattutto al fatto che Dio ci ha riconciliati a sé mediante Cristo (2Cor 5, 18).
Ne consegue che da parte nostra non possiamo omettere di perdonare chiunque ci abbia rivolto un torto o una cattiveria, non importa quanto grande essa sia. Qualsiasi mancanza altri commettano nei nostri confronti non è paragonabile a quelle di cui noi siamo fautori verso Dio. Il nostro rapporto con il fratello che ci ha fatto qualsiasi torto è quella di creditori di un debito corrispondente a cento denari, una cifra irrisoria che si potrebbe corrispondere in qualsiasi momento e che in qualsiasi momento non ci è impossibile abbonare a chi ha debiti nei nostri confronti. Perdonare al prossimo è quindi di per sé fattibile, possibile e anche irrinunciabile, considerando come a nostra volta siamo stati resi oggetto di amore e di perdono. Se Dio ci ha condonato un debito irrilevanti, anche noi dobbiamo estinguere al prossimo un debito che è sempre insignificante.
Tutto questo è fuor di dubbio, anche se consideriamo il perdono estremo che Gesù chiese al Padre sulla croce per i suoi carnefici: "Perdona loro perché non sanno quello che fanno." Tante volte coloro che ci offendono e che ci rivolgono dei torto sono mossi da ignoranza o da mancata formazione, o altrimenti non dispongono delle nostre stesse prerogative di maturità e andrebbero compatiti se non addirittura compresi. Chi ci fa un torto spesso vive il dramma di un bisogno o di una necessità, è affetto da miserie o da lacune inconsapevoli, da debolezze proprie della sua meschinità. Andrebbe compatito piuttosto che vilipeso. L'uomo di fede non può che accettare questo assunto in relazione al suo personale rapporto con Dio e nell'esperienza propria della divina misericordia.
Ma concretamente, messe da parte le nostre convinzioni religiose, è possibile perdonare? E' davvero concepibile non mostrare risentimento o avversione verso coloro che hanno ucciso i nostri figli, che hanno barbaramente massacrato i nostri genitori? Possibile non aver risentimento, da figli, verso quei genitori che hanno sempre abusato di noi, umiliandoci, vessandosi e maltrattandoci?
In effetti è molto difficile e in tantissimi casi anche improponibile. Il perdono è anche disponibilità a cedere e ad arrendersi agli altri, accettazione dell'altro così come ci si presenta, umiliazione di se stessi. Perdonare vuol dire spesso usare ingenuità, passività e immotivata sottomissione davanti a coloro che vorrebbero calpestarci e che in tal caso vi riescono sempre. Comporta non essere considerati all'altezza degli uomini veri.
Difficile poter trovare tali disposizioni in tutti coloro che hanno ricevuto torti gravissimi e pesanti cattiverie.
Eppure la proposta di una riconciliazione con i nostri nemici deve pur averlo un vantaggio, dal momento che è stata ribadita più volte e non solamente in ambito cristiano. Il fatto stesso che si parli di perdono e di amore per i nemici giustifica che tali risorse comportino un vantaggio oltre che un sacrificio disumano.
Occorre del resto trovare una via di conciliazione fra il perdono e la giustizia, la dimenticanza del torto ricevuto e la prudenza che si dovrà adottare in futuro; l'estinzione del rancore e dell'animosità con la diplomazia e la circospezione che di fatto si dovrà pur usare nei confronti di chi ci ha ferito. Concedere il perdono in effetti non è sinonimo di ingenuità o di irrealtà. Forse poco si considerano i benefici del perdono in rapporto agli svantaggi dell'odio e del rancore.
Buddah diceva: "Perdona i tuoi nemici. Non perché loro meritino il tuo perdono, ma perché tu meriti la pace"; ricorrente è la famosa locuzione "la migliore vendetta è il perdono-" e di fatto è vero che il rancore e l'inimicizia, fin quando non trovano la loro via di sfogo, apportano sempre disordini interiori e personali dissapori. Il rancore e il desiderio di vendetta suscitano sempre tensione, rabbia che consumano e danneggiano. danneggiamento interiore, e la turbativa di questi effetti produce anche instabilità nei rapporti con gli altri. La vendetta è poi davvero garanzia di sollievo? Non potrebbe piuttosto essere fautrice di una soddisfazione solamente temporanea?
San Francesco di Paola affermava che chi non è capace di perdono "invano sta nel monastero, sebbene non ne vanga espulso" e che il ricordo delle offese subite è "complemento di furore, riserva di peccato, odio della giustizia, freccia arrugginita, veleno dell'anima, dispersione delle virtù, verme della mente, distrazione dalla preghiera..." poiché comporta sempre che veniamo a mancare di esternare il meglio di noi stessi manifestando solo il marcio che abbiamo dentro e vanificando anche l'eventuale bene che possiamo operare. Il rancore e il ricordo dell'offesa ricevuta avvelenano e tolgono la pace e la serenità; la vendetta opprime interiormente, inducendoci a misconoscere le virtù e l'obiettività del bene.
Perdonare è invece scrollarsi di dosso i dolori del passato e guardare avanti con fiducia e serenità. Accresce la fiducia in se stessi e l'autostima poiché si è consapevoli in tal caso della nostra reale superiorità nei confronti degli altri. Tralasciare le offese subite libera dall'ansia e dall'apprensione e distoglie da tutti quei pensieri in negativo che nel rancore ci opprimerebbero senza tregua.
Tutti i benefici vissuti in prima persona da numerosi Santi e dallo stesso Signore Gesù Cristo.