| Omelia (27-08-2023) |
| fr. Massimo Rossi |
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Commento su Matteo 16,13-20 Il Vangelo di oggi è stato oggetto di attenzione un paio di domeniche fa, ricordate, quando riflettemmo insieme sull'episodio di Gesù che cammina sulle acque... È di scena la professione di fede di Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!". L'occasione per dare la sua bella testimonianza, gliela dà lo stesso Signore, quando interroga a bruciapelo i Dodici: "Ma voi, chi dite che io sia?". Interessante la prima domanda di Gesù ai discepoli: "La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?": le due domande, quella sull'opinione della gente e quella sulla personale convinzione degli Apostoli sono in verità la stessa domanda, segno che il Maestro di Nazareth aveva piena coscienza di essere Lui il figlio di Dio, espressione tecnica per dire il Messia. Ma più importante ancora, nell'economia del Vangelo di oggi, è il fatto che Gesù sollecita senza troppi giri di parole, i suoi a manifestare la loro fede (in Lui); evidentemente, a questo punto della vicenda, il Figlio di Maria aveva bisogno di sapere su chi poteva contare, ora che la (sua) missione stava per compiersi e il (suo) tempo volgeva ormai al termine. Siamo chiamati anche noi a esprimere al Signore la nostra fede, che cosa pensiamo di Lui! Ho detto "al Signore"! Che poi si esprima la fede in Cristo anche al mondo, parlando di Lui, della sua dignità di Figlio di Dio,... questo è un altro discorso. Il Vangelo si conclude con una diffida da parte di Gesù a rivelare in giro la sua identità. I temi salienti di questa pagina di Matteo sono tre: 1. La risposta di fede deve essere personale. 2. In questo consiste la beatitudine. 3. La fede non va necessariamente annunciata a parole, ma nei fatti. Ed ora analizziamo la risposta che i Dodici danno circa l'opinione della gente, per la quale il Figlio dell'uomo è Giovanni Battista, o Elia, oppure Geremia, o un altro profeta, redivivi. Chi incontra Gesù, chi lo sente quando insegna, oppure assiste ad un miracolo, intuisce in qualche modo la grandezza di quest'uomo; ma non ne coglie affatto l'originalità. Come già rilevavo domenica scorsa, il pubblico cade nella tentazione di ricondurre la novità (del Signore) all'interno di uno stereotipo, di un rassicurante già conosciuto. Così è tutto più facile: un po' come capita quando, per un'alterazione dei ricordi, viviamo il fenomeno del déjà-vu; in verità si tratta di un falso riconoscimento, dal momento che, per definire un fatto, o una persona, si ricorre a fatti e persone passati, già visti e conosciuti... Nessuno stupore, nessun imbarazzo, nessuna sorpresa,... It's all fine! è tutto OK! Simon Pietro, invece, sa emanciparsi dalle esperienze passate e riconosce il Maestro come qualcuno che non ha nulla a che vedere con il passato; un uomo così non l'ha mai incontrato, nessuno ha mai detto le cose che dice Lui, o vissuto come vive Lui!... Gesù è Gesù! e Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente! Matteo annota immediatamente la reazione del Signore: "Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne, né il sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli!". L'intuizione di Pietro è in realtà un dono di Dio: solo un'ispirazione celeste può far comprendere il mistero profondo che si cela dietro la persona del Maestro di Nazareth. Attenzione però: pochi istanti dopo, anche Pietro cadrà nella trappola di ragionare secondo il modo comune (di ragionare), interpretando il mistero di Gesù alla luce di un sapere umano-solo-umano, o, come dice il Nazareno, secondo la carne e il sangue, derubando, in ultima analisi, la natura del Figlio di Dio della sua assoluta novità, unicità e originalità. Non appena Gesù annuncia che presto morirà per mano dei sommi sacerdoti e delle autorità romane, il principe degli Apostoli lo prende in disparte e lo rimprovera duramente: "Dio non voglia, Signore, questo non ti accadrà mai!". In questo modo, Pietro si allinea allo stereotipo tradizionale di divinità, secondo il quale un Messia non può soffrire, tantomeno soccombere agli violenza degli uomini! Che Messia è un messia così? Al contrario, una Divinità è un campione, un vincente, un superuomo,... Ci ritorneremo domenica prossima, leggendo il sequel del Vangelo di oggi. A conclusione, qualche parola di commento sull'ordine di Gesù dato ai Dodici di non rivelare ad alcuno che Lui è il Cristo: si tratta del cosiddetto segreto messianico, che Gesù avrebbe cercato di mantenere per evitare che, se risaputa, la Sua identità alimentasse nella gente la convinzione preconcetta che Lui fosse, appunto, un Messia giustiziere, alla maniera degli uomini; mentre Gesù è Messia, sì, ma del tutto diverso dalle aspettative di liberazione del popolo, dai sogni di riscatto politico degli Zeloti, dalla logica di supremazia religiosa dei sommi sacerdoti... Qual è il nostro concetto di Messia? Noi che non possiamo permetterci di sbagliare, a meno che l'errore di oggi non sia il presupposto del successo di domani; perché in fondo, per noi, il fallimento, la caduta, l'errore non è una possibilità, ma una colpa; siamo sicuri di avere capito e accolto fino in fondo il Cristo deriso, vilipeso, condannato, crocifisso,... come nostro Salvatore? come il vero e l'unico Messia? come un esempio da imitare, il Maestro da seguire? consapevoli che, camminando dietro a Lui, anche noi faremo la stessa fine?...e la chiamiamo salvezza? |