Omelia (16-07-2023)
don Alberto Brignoli
Una Parola di speranza

"I giovani di oggi non hanno in testa niente: non ascoltano più nessuno";
"Oggi le famiglie sono un disastro totale: non c'è più la dedizione al sacrificio che c'era una volta";
"La nostra società ha perso tutti i valori morali: l'unica cosa che conta, oggi, è fare soldi".
Chi di noi non ha mai sentito - e spesso anche pronunciato - frasi di questo tipo? E più il tempo passa, più pare che esse diventino una norma: al punto che diveniamo talmente assuefatti a questo senso di "disfatta", da non lamentarci nemmeno più, rinchiudendoci nel privato della nostra quotidianità, facendoci gli affari nostri, cercando di non avere problemi con nessuno e tantomeno di crearli, e alla fine ci va bene così. Purtroppo, però - o per fortuna - la nostra quotidianità è fatta di momenti di incontro con gli altri, di relazioni interpersonali che ci impediscono di farci "gli affari nostri", e questo ci costringe, in un certo qual modo, a ritrovarci fianco a fianco nelle cose della vita, per cui le fatiche di alcuni diventano le fatiche di tutti, i comportamenti inadeguati di pochi condizionano la vita di molti. Tant'è che le frasi che citavo prima sono spesso motivo di confronto e di dialogo tra le persone: e non sono solo discorsi da marciapiede o chiacchere di strada, sono anche lo sfogo per un malessere che si avverte, ossia quello di constatare che non ne va bene una, in questo mondo, che tutti gli sforzi che si fanno per costruire qualcosa non servono a nulla, che tutto quanto si cerca di fare sembra non servire a nulla, perché appena vedi un segnale positivo da una parte, ne sorgono cento negativi dall'altra...
Chissà se anche la folla che si sedette quel giorno sulla spiaggia del mare di Galilea discorreva di tutto ciò che faceva parte della loro vita quotidiana: figli che non seguivano i padri nelle tradizioni, famiglie che stavano perdendo la fede, popolo di Dio che non aveva più un'identità perché costretto a subire continue schiavitù e umiliazioni... la quotidianità di allora non era tanto differente da quella di oggi, anche se vissuta in una realtà rurale e non tecnologica o post-tecnologica come l'attuale. Allora, l'esigenza di sentire una parola che potesse orientare gli uomini e le donne di Galilea nel loro vivere quotidiano faceva sì che la Parola parlasse loro della vita quotidiana, ma ponendosi a un lato, facendosi da parte, mettendosi in disparte dalla folla, non solo perché la folla potesse ascoltare meglio stando sulla riva e guardando la barca sul mare, ma perché da un'altra prospettiva le cose si ascoltano e si vedono meglio, con più obiettività. Se poi il Maestro si trova seduto su una barca, a pochi metri dalla riva, ma comunque in mare, la speranza acquista un carattere decisamente più marcato, perché stare seduti sul mare - che nella Bibbia è il simbolo del male - significa trovarcisi a contatto ma senza esserne inghiottiti, anzi, navigandolo, dominandolo...
E allora, il messaggio che ne esce non può che essere un messaggio di speranza. Il male c'è, sicuramente; le cose vanno male, è sotto gli occhi di tutti; i valori sembrano davvero cosa inutile, lo sappiamo; il male esiste, senza dubbio: ma non ha l'ultima parola, perché può essere dominato, perché anche stando e abitando in mezzo al male è possibile pronunciare e ascoltare un messaggio di speranza. Proprio a partire dalla vita quotidiana; da quel quotidiano che ha le fattezze del contadino uscito a seminare - come la stragrande maggioranza della folla che ascoltava Gesù faceva a ogni inizio di stagione - e che nel seminare non riesce a stare attento al cento per cento su dove vada a finire il seme.
A volte cade sulla strada, e ha vita breve perché lo beccano gli uccelli del cielo; a volte cade in mezzo ai sassi, e il terreno poco profondo lo fa germogliare subito, così come subito le sue radici si seccano per mancanza di profondità; a volte cade tra i rovi, e germoglia con loro, ma non ha la loro stessa forza, e ne resta soffocato. Proprio come quella vita di cui ci lamentiamo sempre perché la buona parola messa nel cuore dei nostri giovani sparisce in un istante a causa delle loro orecchie da mercante; o perché le coppie che oggi si mettono insieme non sanno più fare sacrifici e di fronte alla prima difficoltà si lasciano; o perché tutti pensano al proprio tornaconto economico, e allora anche il migliore dei propositi di costruire una società giusta, equilibrata, onesta, soffoca in pochi istanti.
Eppure, una parte del seme gettato dal seminatore va a finire sul terreno buono: e produce spighe che maturano, in alcuni casi, al cento per cento, in altri casi al sessanta per cento, in altri anche solo al trenta: ma germogliano, e danno frutto. E danno farina, e danno pane.
E allora, non tutto è sprecato come sembra; non tutto è da buttare via; non tutto va a rotoli, nella vita; non tutti i giovani sono menefreghisti, non tutte le famiglie - per quanto imperfette - sono incapaci di affrontare sacrifici e di trasmettere valori, non tutti pensano solamente a fare soldi, nella vita. C'è tanto bene, nel mondo, e bisogna essere capaci di vederlo. Da cosa dipende? Dal tipo di terreno che siamo capaci di essere? Anche, ma non solamente: merito soprattutto della potenza del seme della Parola di Dio, forse ancora l'unica, in questo mondo di parole inutili, insulse e buttate al vento, a donare speranza alla nostra quotidianità.
L'importante è non smettere di seminare. Mai.