Omelia (16-07-2023)
don Michele Cerutti
Abbondare senza paura

na Parola di Dio che ci rimanda a una immagine particolarmente importante a un terreno con frutti abbondanti.

Questa è la meta a cui tutti siamo indirizzati.

Una immagine che mi riporta a un tema forte perché nel momento in cui rivendichiamo con forza le nostre radici cristiane Gesù ci rimanda a frutti.

Importanti le radici senza le quali non esisterebbero le piante, ma noi non le mangiamo.

Per giungere a questo c'è tutto un lavoro.

L'esperienza di fede è un processo impegnativo sembra dirci oggi il brano del Vangelo proclamato.

Uno dei rischi in cui possiamo lanciarci nel considerare questo testo evangelico, molto conosciuto, è sempre quello di giungere a delle conclusioni frettolose.

Ci vengono presentati dei terreni e un seme che, una volta gettato, può trovare degli ostacoli per poter produrre frutti.

Tutti ci lanciamo a riconoscerci in un terreno senza considerare prima di tutto, ma perché il seminatore semina?

La risposta sta nel fatto che Dio, colui che Gesù identifica nel compiere l'azione, vuole offrire ai propri figli quel cibo sostanzioso che serve per il cammino di ciascuno. Il seme è chiamato a fare frutto.

Limitandoci a guardare il terreno che siamo non comprendiamo invece che abbiamo la responsabilità di non sprecare ciò che Dio vuole immettere in noi per offrire quel cibo per cui noi ci nutriamo e dal quale altri potrebbero nutrirsi.

Dobbiamo quindi respirare la gioia con cui il contadino sparge in abbondanza il suo seme non preoccupandosi di sprecare.

Il seminatore non guarda dove la semente viene gettata perché nessuno è escluso da questo dono.

Molti dicono, ma io non ho il dono della fede, invece di domandarsi quante occasioni mancate per accogliere e accostarmi alla Parola di Dio?

Questo seme ha una forza particolare agisce in profondità e necessita di attenzioni anche da parte nostra, ma poi cresce in maniera sorprendente.

La Parola, il seme di cui ci parla la parabola, ci viene detto nella lettera agli Ebrei "è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio e penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore".(Eb 4,12).

Forti rimangono i versetti che il profeta Isaia ci offre nella prima lettura dove ci viene indicato che ciò che Dio con la sua Parola annuncia si avvera, ciò che lui ha progettato realizzerà sicuramente, ciò che Dio ha deciso lo porta a compimento.

Isaia si rivolge a un popolo come quello di Israele che rientra dall'esilio e vive nell'attesa di un futuro che si apre.

La Parola diventa quindi la bussola del nostro cammino.

Davanti alla gratuità e premura di Dio più che soffermarsi a sapere che terreno siamo chiediamoci come smuovere questo per accogliere quel seme fecondo che è la Parola per evitare di rifiutarlo, oppure di accettarlo ma non essere costanti.

Per essere terreno quel terreno fecondo c'è un segreto che si può compiere nella propria vita dare spazio a Dio e svuotarci di noi.

I terreni in cui la Parola non feconda sono accumunati da ciò che dice Martin Buber: Per uno che è pieno di se stesso non c'è posto per Dio.

Certo un buon esame di coscienza bisogna farlo, ma per poi attivare quei percorsi per fare in modo che quel seme produca frutti abbondanti.

Crescere insieme con la Parola dovrebbe essere ciò che dobbiamo compiere.

Questo è possibile accostandosi tutti i giorni a un brano evangelico a un testo biblico e domandarsi ma cosa dice questa Parola e cosa dice a me in particolare?

Quel seme vedrete agirà da solo e porterà frutti abbondanti nella nostra vita.