| Omelia (21-05-2023) |
| fr. Massimo Rossi |
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Cala il sipario sulla vicenda terrena di Gesù di Nazareth: risorto il primo giorno dopo il sabato, il Signore appare alle (pie) donne e da' appuntamento agli Undici in Galilea; Matteo ci informa che, visto Gesù, i suoi gli si prostrarono innanzi; tuttavia dubitavano. Che delusione dev'essere stata per il Messia! anni di insegnamenti, di miracoli, lacrime e sangue, morte, risurrezione, apparizioni ai testimoni - più di una! -; e dubitavano! Che cosa ancora avrebbe dovuto fare? Beh, possiamo consolarci... Ma Gesù è ormai libero da tutto e da tutti; niente e nessuno lo può più turbare. Sa di avere portato a termine la sua missione, ed è ormai pronto per tornare al Padre. Non prima però di aver passato il testimone a coloro che si era scelti perché stessero con lui; e ora avrebbero continuato la corsa per Lui e con Lui; la promessa di rimanere con loro tutti i giorni, fino alla fine del mondo li avrebbe rassicurati e difesi dagli assalti del mondo, dalle congiure, dall'ostilità dei Giudei,... Chissà come si saranno sentiti... abbandonati? perduti? Se leggiamo lo stesso racconto, uscito dalla penna di Luca, l'atmosfera è decisamente diversa: "Nel nome di Cristo saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto. Poi li condusse fuori, verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato in cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio." (24,47ss). Con questo stesso registro, Luca inaugura gli Atti degli Apostoli, così come ce li propone l'odierna liturgia della Parola (prima Lettura). A proposito di differenza tra i Vangeli, Luca scrive che tra la risurrezione di Gesù e la sua ascensione passarono quaranta giorni, durante i quali il Signore apparve ripetutamente agli Undici e ad altri discepoli e discepole. Giovanni, invece, colloca il ritorno del Signore al Padre suo immediatamente dopo la Pasqua. Ai fini delle apparizioni post pasquali, non è poi così rilevante che il Figlio di Dio sia rimasto fisicamente sulla terra, oppure sia volato subito in Cielo. Forse che, restando sulla terra, gli era più facile apparire?.... Al terzo Evangelista preme informarci sul fatto che il Risorto rimase con gli Undici il tempo necessario a spiegare loro tutte le Scritture che si riferivano a Lui: una sorta di full immersion, di corso intensivo; ma il bagaglio di conoscenze - potremmo chiamarla competenza professionale - non era sufficiente per vincere la paura dei Giudei... A questo avrebbe provveduto lo Spirito Santo, a Pentecoste, cinquanta giorni dopo la Pasqua. Mi preme ribadire un aspetto che ritengo fondamentale per il futuro del Vangelo, o, più che del Vangelo, dell'evangelizzazione: lo è stato per i primi discepoli, all'indomani dell'Ascensione, lo è altrettanto per noi, discepoli del ventunesimo secolo e lo sarà sempre: la missione dell'apostolo non è solo questione di preparazione intellettuale - conoscere i fondamenti della fede, conoscere le Scritture, la teologia, la storia passata e presente, perché la Parola va annunciata nei modi e nelle forme più adatti all'uomo di oggi -; (la missione dell'apostolo) non è neppure soltanto questione di cuore - il fuoco dello Spirito infiamma i nostri sentimenti, orienta le nostre intenzioni, sana le nostre ferite, ci risolleva dalle nostre delusioni,... -. Mente e cuore, ragione e sentimento, tutto di noi deve essere messo a servizio della Parola. Lo Spirito Santo ci lavora dentro a tutti i livelli: intellettuale, in quanto illumina la Parola e suggerisce le modalità nelle quali annunciarla; a livello degli affetti, allargando i confini del cuore, donando coraggio, entusiasmo, perseveranza, misericordia, spirito di iniziativa,... "È lo spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla" (Gv 6). Senza lo Spirito le nostre facoltà, per quanto superiori, non sono sufficienti a portare avanti l'opera iniziata da Cristo! In questo mi sento di condividere il pensiero di Giovanni: il mondo non ci conosce, perché non ha conosciuto Lui, scrive il quarto Evangelista nel Prologo (del suo Vangelo)....Dove "conoscere" significa accogliere. C'è un ultimo aspetto da ricordare: il Verbo ha assunto la nostra natura, incarnandosi nel grembo purissimo della VergineMaria. Tornando al Padre suo, Cristo non ha abbandonato la nostra umanità, ma l'ha portata con sé. Ora la natura umana è dentro la Trinità, insieme con quella divina. Il mistero dell'Incarnazione non ha soltanto mutato il corso della storia - tanto da segnare lo spartiacque tra prima e dopo Cristo -, ma ha anche mutato, in modo sostanziale, la Trinità. E l'ha mutata - direi, addirittura arricchita - oltre che integrando al suo interno l'umanità di Cristo (e nostra), assumendo tutto ciò che attiene alla natura umana, escluso il peccato. Compreso il dolore? Beh, credo proprio di sì, dal momento che la vicenda di Cristo è tutta dell'Uomo e tutta di Dio. A meno di non usare il cosiddetto bisturi della metafisica, non è possibile separare ciò che Gesù di Nazareth visse in quanto uomo, da ciò che visse in quanto Dio. È ora di concludere; fra otto giorni, solennità della Pentecoste, celebreremo l'evento della Rivelazione nella sua prospettiva universale; il mistero nascosto nei secoli è stato rivelato a tutti i popoli. Il Vangelo può essere annunciato in qualsiasi lingua, il suo messaggio può incarnarsi in qualsiasi cultura. Arrivederci a domenica prossima! |