Omelia (23-04-2023)
don Lucio D'Abbraccio
Passiamo dal “se” al “sì”!

Il Vangelo di questa terza domenica di Pasqua racconta l'episodio dei due discepoli di Emmaus. È una storia che inizia e finisce in cammino. C'è infatti il viaggio di andata dei discepoli che, tristi per l'epilogo della vicenda di Gesù, lasciano Gerusalemme e tornano a casa, a Emmaus, camminando per circa undici chilometri. L'evangelista Luca, infatti, scrive che «Emmaus dista circa undici chilometri da Gerusalemme». Quello dei due discepoli è un viaggio che avviene di giorno. E c'è il viaggio di ritorno: altri undici chilometri, ma fatti al calare della notte. Due viaggi dunque: uno agevole di giorno e l'altro faticoso di notte. Il primo avviene nella tristezza, il secondo nella gioia. Nel primo c'è il Signore che cammina al loro fianco, ma non lo riconoscono: «Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo»; nel secondo non lo vedono più: «egli sparì dalla loro vista», ma lo sentono vicino. Nel primo sono sconfortati e senza speranza; nel secondo corrono a portare agli altri la bella notizia dell'incontro con Gesù Risorto: «Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: "Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!"».
Ebbene, i due cammini diversi di quei due discepoli dicono a noi, discepoli di Gesù oggi, che nella vita abbiamo davanti due direzioni opposte: c'è la via di chi, come quella dei due discepoli all'andata, si lascia paralizzare dalle delusioni della vita e va avanti triste; e c'è la via di chi non mette al primo posto se stesso e i suoi problemi, ma Gesù che ci visita, e i fratelli che attendono la sua visita, cioè i fratelli che attendono che noi ci prendiamo cura di loro: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (cf Mt 25,35-36). Ecco allora la svolta: smettere di orbitare attorno al proprio io, alle delusioni del passato, agli ideali non realizzati, a tante cose brutte che sono accadute nella propria vita. Tante volte mettiamo al centro della nostra vita il nostro io. Questo è sbagliato. È sbagliato perché il nostro egoismo non ci salverà. Non dimentichiamo mai che la nostra unica e sola salvezza è Cristo. Ciò significa che da soli non ci salveremo. Per salvarci Dio ha bisogno del nostro «sì» e noi abbiamo bisogno del suo aiuto. Bisogna, allora, fare un'inversione di marcia, ossia: passare dai pensieri sul mio io alla realtà del mio Dio; passare dai "se" al "". Cosa significa? Molte volte noi diciamo: se Dio mi avesse ascoltato, se la vita fosse andata come volevo, se avessi questo e quell'altro...! Tutti questi "se" sono in tono di lamentela. Questo "se", però, non è fecondo, non aiuta né noi né gli altri. I nostri "se", sono simili a quelli dei due discepoli, i quali si lamentavano dicendo: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?. Domandò loro: "Che cosa?". Gli risposero: "Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute"». «Noi speravamo...». Questo verbo al passato dice tutto: Abbiamo creduto, abbiamo seguito, abbiamo sperato..., ma ormai tutto è finito. Anche Gesù di Nazaret, che si era dimostrato profeta potente in opere e in parole, ha fallito, e noi siamo rimasti delusi. Questo dramma dei discepoli di Emmaus appare come uno specchio della situazione di molti cristiani del nostro tempo: sembra che la speranza della fede sia fallita. La stessa fede entra in crisi, a causa di esperienze negative che ci fanno sentire abbandonati dal Signore. Ma questa strada per Emmaus, sulla quale camminiamo, può divenire via di una purificazione e maturazione del nostro credere in Dio. Anche oggi possiamo entrare in colloquio con Gesù, ascoltando la sua Parola e, solo ascoltando la sua Parola questi "se" passano al "sì". Sì, «Davvero il Signore è risorto»; è vivo e cammina con noi! Sì, ora, non domani, ci rimettiamo in cammino per annunciarlo. Anche noi, dunque, come i discepoli, possiamo e dobbiamo dire: "Sì, Signore, io posso fare questo perché la gente sia più felice, perché la gente migliori...". E allora, passiamo dal "se" al "sì", dalla «lamentela» alla «gioia» e alla «pace».
Questo cambio di passo, dall'io a Dio, dai "se" al "sì", com'è accaduto nei discepoli? Incontrando Gesù: i due discepoli di Emmaus prima gli aprono il loro cuore; poi lo ascoltano spiegare le Scritture; quindi lo invitano a casa. Sono tre passaggi che possiamo compiere anche noi nelle nostre case: primo, aprire il cuore a Gesù, affidargli i pesi, le fatiche, le delusioni della vita, affidargli i "se"; e poi, secondo passo, ascoltare Gesù, prendere in mano il Vangelo, leggere oggi stesso questo brano del Vangelo di Luca; terzo, pregare Gesù, con le stesse parole di quei discepoli: «resta con noi». Signore, resta con me, con tutti noi, perché abbiamo bisogno di Te per trovare la via. E senza di Te c'è la notte.
Nella vita siamo sempre in cammino. Il nostro è un pellegrinaggio. E allora, scegliamo la via di Dio, non quella dell'io; la via del "sì", non quella del "se". Scopriremo che non c'è imprevisto, non c'è salita, non c'è notte che non si possano affrontare con Gesù. La Madonna, Madre del cammino, che accogliendo la Parola ha fatto di tutta la sua vita un "sì" a Dio, ci indichi la via della salvezza. Amen!