Omelia (16-04-2023)
don Alberto Brignoli
Se...

Nella nostra ricchissima e variegata lingua italiana, esiste una particella - mi pare che si tratti di una congiunzione - che, a seconda dell'utilizzo e del contesto può esprimere incertezza oppure condizione. Si tratta della sillaba "se". Facciamo un po' di ripasso di grammatica, che non guasta mai, in quest'epoca nella quale il linguaggio usato sui social è diventato sempre più "onomatopeico", molto simile a quello degli animali (o meglio, di "certi" animali, perché alcuni parlano meglio di noi umani): in grammatica, a volte utilizziamo la congiunzione "se" per introdurre una proposizione "condizionale" ("Se fai il bravo, ti do un regalo"), a volte per introdurre una proposizione "dubitativa" ("Chissà se tutto andrà bene"). Condizione e dubbio esprimono ovviamente due concetti diversi: la condizione subordina la riuscita di una cosa al realizzarsi di determinate situazioni, mentre il dubbio esprime l'incertezza riguardo a cose che non è detto che si realizzino neppure in mezzo alle migliori condizioni possibili.
La nostra vita si muove spesso tra l'attesa di condizioni che si realizzano e dubbi che non sappiamo mai dove ci condurranno; e come ogni cosa della vita, anche la nostra fede si barcamena tra espressioni legate a determinate condizioni, e situazioni che esprimono sostanzialmente dubbi e perplessità. Eppure, le due cose sono ben distinte, seppure entrambe legate a quella benedetta (o maledetta) congiunzione "se".
Nei Salmi leggiamo, ad esempio, espressioni del tipo "Se Dio sopprimesse i peccatori!": sono espressioni che denotano dubbio, incertezza, ma non necessariamente mancanza di fede. Solamente, si esprime a Dio una fede che comporta il beneficio del dubbio, forse perché spesso assistiamo a momenti in cui Dio non si fa presente così come vorremmo sentirlo... A volte - è innegabile - anche noi ci esprimiamo con tutti i nostri dubbi nei suoi confronti: "Chissà se esisti davvero, Signore, con tutto quello che capita alla mia vita e all'umanità in generale!". Gesù stesso ha usato il "se" nei confronti di suo Padre, quando nel Getsemani lo ha pregato chiedendo, "se" fosse possibile, di non incontrarlo attraverso la passione e la morte...un dubbio, un'incertezza che, alla fine, è divenuta fede nell'accettazione della sua volontà.
Il dubbio fa parte - e deve far parte - della nostra vita di fede, altrimenti non parleremmo più di scelte di fede ma di certezze scientifiche, quasi matematiche. Tuttavia, il passaggio da un "se" che esprime dubbio e incertezza a un "se" che pone condizioni a Dio è breve. E pur essendo del tutto umano, il "se" che pone condizioni porta con sé un rischio: quello di mettere alla prova Dio, quello di sfidarlo, di metterlo sul banco degli imputati. "Se sei tu, Signore, comanda che io venga a te sulle acque", dice Pietro in mezzo alla tempesta a Gesù, il quale poi lo chiamerà "uomo di poca fede"; "Se tu sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce, e ti crederemo", è la sfida che i passanti (soprattutto farisei e membri del Sinedrio) lanciano a Gesù sul Calvario, ma altro non è se non la realizzazione, il compimento delle tentazioni provate da Gesù all'inizio della sua missione da parte di satana, che in quel "se tu sei il Figlio di Dio" non esprime un dubbio, ma le condizioni che da sempre l'umanità pone a Dio per potersi "affidare" a lui, anche se poi dall'affido si passa molto rapidamente alla sfida e alla sfiducia.
E qualche condizione, la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana, in ritardo rispetto a tutti gli altri che avevano visto il Signore risorto, l'ha posta anche Tommaso, in quel suo "se" che è un misto di dubbio e di tentazione, di ricerca e di sfida, di incertezza e di mancanza di fede: "Se non vedo...se non metto il mio dito e le mie mani...". In fondo, a Tommaso non bastavano gli occhi, le dita e le mani dei suoi condiscepoli: voleva che in quel costato e in quelle mani che avevano donato amore e salvezza al mondo intero entrassero le "sue" dita e le "sue mani", conditio sine qua non perché egli potesse credere nel Risorto. Il quale, non si fa intimidire e accetta le condizioni di Tommaso; accetta la sua sfida; accetta la sua mancanza di fede perché Tommaso possa compiere il cammino che va dalle condizioni poste a Dio alla fede che non elimina i dubbi e le incertezze, ma porta l'amore a esclamare "Mio Signore e mio Dio!".
In fondo, la questione sta tutta nell'eliminare dal nostro lessico cristiano quel "se" condizionale: perché credere nel Risorto, significa farlo in maniera incondizionata; amare il Risorto, significa farlo in maniera incondizionata. Del resto, chi di noi può dire di aver amato veramente una persona, se non quando lo fa in maniera incondizionata? Chi di noi può dire di credere nell'altro, se non quando la sua fiducia diviene incondizionata? Non si può dire, a chi diciamo di amare veramente, "Ti amo se...": si dice "Ti amo". Punto. Non si può esprimere la nostra fiducia nei confronti di una persona dicendogli "Ti credo se": gli si deve poter dire "Ti credo", "Mi fido di te". Punto.
Sono sogni? Può darsi: ma sono sogni pieni di speranza. Sogni e speranze che portano con sè una buona dose di incertezza e di dubbio, sicuramente.
Ma - per terminare con una frase che ci regala la bellezza della congiunzione "se" - pensiamo a come sarebbe bello il mondo e come sarebbe meravigliosa la vita "se" tutti ci amassimo e ci fidessimo in maniera incondizionata.
Che poi, è quello che Dio fa con noi.