| Omelia (02-04-2023) |
| fr. Massimo Rossi |
|
Commento su Matteo 26,14-27,66 La comunità primitiva era nata dalla fede nel Cristo risorto, dall'esperienza del Signore presente e vivo. Tuttavia la gioia di Pasqua non riuscì subito a vincere il ricordo traumatico del venerdì santo. La crocifissione appariva un evento assolutamente scandaloso. Un Messia destinato alla morte di croce non era propriamente nelle attese dei discepoli; neppure la luce della risurrezione poteva come per incanto diradare le tenebre della passione. Si imponeva un lungo cammino di riflessione. La fede non è fideismo! è crisi, interrogazione, tormento,... Si partì praticamente da zero. La morte di Gesù fu vista dapprima come una realtà del tutto negativa, frutto della malvagità dei Giudei, superata soltanto dall'azione vivificante dello Spirito Santo. Gli Atti degli Apostoli rispecchiano tale convinzione iniziale: "Voi lo avete arrestato e inchiodato ad una croce. Ma Dio lo ha risuscitato, liberandolo dalle catene della morte" (2,23-24). Un passo avanti venne fatto quando si capì che la morte, dopo tutto, era il passaggio obbligato verso la risurrezione. Al termine del suo Vangelo, S.Luca inserisce l'incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus, nel quale il Risorto dichiara: "Non era forse necessario che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?" (24,26). Ulteriore progresso per la Chiesa nascente significò l'aver intuito che la passione aveva un valore per se stessa, quale compimento del misterioso disegno di Dio. Rileggendo attentamente le profezie e i salmi, scoprimmo la chiave per comprendere: la figura del servo sofferente presente in Isaia cap.53 e nel salmo 22, viene descritta con i lineamenti del Crocifisso. Con molta probabilità Gesù stesso intuì la sua morte alla luce di queste raffigurazioni bibliche. I discepoli se ne ricordarono, orientando il loro pensiero e la loro fede nella stessa direzione: Dio vuole che suo Figlio patisca e muoia in croce, perché a noi sia accordato il perdono dei peccati. Il Kerigma, il credo cristiano, contenuto nella 1Cor, risalente addirittura agli anni 40, 5-6 anni appena dopo Cristo, costituì il traguardo decisivo del cammino di maturazione nella fede della prima Comunità: "Cristo è morto per i nostri peccati secondo le scritture, fu sepolto, ma Dio lo ha risuscitato il terzo giorno secondo le scritture, ed è apparso a Cefa e poi ai Dodici." (15,3-5). Contemporaneamente si costruì intorno a questa formula di fede un racconto continuo dei fatti della passione. Si basava su precisi ricordi storici, e il suo scopo era la formazione dei credenti. Alcuni studiosi pensano che il racconto partisse dall'arresto di Gesù - altri ritengono che la vicenda cominciasse dall'ingresso in Gerusalemme - e si concludesse con la cronaca di una, o più apparizioni (del Risorto). L'ultimo stadio è rappresentato dai Vangeli: Matteo assume come base il testo di Marco, lo sottopone a minuziose modifiche per renderlo più scorrevole, conciso ed esatto. Vi aggiunge la morte di Giuda, la presenza delle guardie a custodia del sepolcro; amplia la scena del processo davanti a Pilato, aggiungendovi i particolari del sogno della moglie del Governatore romano e del gesto di lui di lavarsi le mani. Sottolinea il valore della morte di Gesù con i particolari apocalittici del terremoto e delle tombe scoperchiate di santi. Particolare importanza è la sottolineatura apologetica, per smentire l'accusa di aver trafugato il cadavere di Gesù, e i dubbi sulla messianicità del Nazareno sollevati in ambiente giudaico. L'apice è raggiunto nella scena drammatica in cui il popolo si assume la piena responsabilità della condanna di Gesù: "Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli."(27,25). Forte è il richiamo al Padre Nostro, fatto dal Signore nel Getzemani: "...che la tua volontà sia fatta."; ciò avvalorerà presso i primi credenti il testo della preghiera che Gesù ci ha lasciato. Nel racconto di Matteo il nome di Gesù ricorre spessissimo; e questo ne evidenzia l'identità di Cristo. Egli va incontro alla passione in piena e lucida consapevolezza. Lungi dall'essere sopraffatto dagli avvenimenti, li domina dall'alto di una assoluta padronanza di sé. Benché gli fosse possibile sfuggirvi - lo aveva fatto più volte in precedenza - ora vi si sottopone volontariamente. Quella di Matteo è già una prima teologia della Gloria di Cristo, piuttosto che della croce di Cristo. Se oggi possiamo celebrare la maestà e non la vergogna di un Messia crocifisso, è per quei primi passi, ma già promettenti, che lo Spirito suggerì a Matteo per il bene della sua comunità. E per il bene nostro. AMEN. |