Omelia (02-04-2023)
don Alberto Brignoli
Non laviamocene le mani...

La narrazione della Passione secondo Matteo che leggiamo in questo Anno Liturgico descrive un particolare che le è proprio, e che non è riportato da nessuno degli altri evangelisti, neppure dai sinottici Marco e Luca. Riguarda l'atteggiamento che il governatore Ponzio Pilato assume di fronte alla condanna a morte di Gesù, talmente noto da essere divenuto proverbiale: si tratta - lo sappiamo bene - della lavanda delle mani che egli compie in maniera plateale davanti alla folla, spiegandola e motivandola come incapacità o mancanza di volontà di prendere una decisione sulla vicenda, favorevole o sfavorevole che essa sia al condannato. Con questo gesto, egli apparentemente non condanna Gesù a morte, ma rimette la decisione alla folla, che - come sempre in questi casi - non decide secondo criteri di giustizia, ma secondo l'emotività del momento: un vero e proprio linciaggio, potremmo dire, in cui prevale la rabbia e soprattutto la prepotenza e la tracotanza di chi detiene il vero potere, quello di manipolare le coscienze altrui. Dicevo che Pilato fa un gesto con il quale "apparentemente" non condanna Gesù, mentre in realtà non è così: "apparentemente" rimette la responsabilità di questa decisione alla volontà della folla (la quale si dimostra più coerente di lui, rivendicando su di sé e addirittura sulla generazione futura il sangue del Cristo), ma concretamente la sua indifferenza porta - eccome! - a una scelta. "Scegliendo di non scegliere", di fatto condanna Gesù a morte, prendendo posizione contro di lui (e contro ogni logica di giustizia, ovviamente). Che altro non è se non ciò che sempre e da sempre l'indifferenza provoca: l'ingiusta condanna degli innocenti. Ogni volta che i potenti di turno hanno dimostrato (per i più disparati motivi) indifferenza alla condizione dei poveri, i poveri ci hanno rimesso, spesso con la loro stessa vita.
Ma sarebbe un grave errore pensare che l'indifferenza, con la conseguente condanna dei poveri e degli innocenti, sia un atteggiamento solo dei potenti. L'indifferenza ci riguarda tutti, e assume molte forme e molti nomi: astensione, pudore, menefreghismo, neutralità... chiamiamola come vogliamo. È pur sempre una lavanda delle mani, come quella di Pilato, a volte anche peggiore, senza necessariamente arrivare a condannare a morte nessuno.
Questi anni della pandemia ci hanno insegnato a riprendere, in maniera forte, il gesto fisico di lavarci e disinfettarci le mani, e dal punto di vista sanitario non l'avremo mai fatto abbastanza, anche perché dovremmo ricordarcene non solo quando siamo in stato di emergenza o rischiamo di infettarci con qualcosa di serio. Il fatto è che proprio questi anni di "sanificazione delle mani", per molti motivi (alcuni dei quali plausibili, altri invece totalmente ingiustificati) hanno portato a un altro tipo di igienizzazione, quello legato alla paura di contaminarci con le vicende umane degli altri, specialmente dei più poveri.
Tutti quanti, e lo diciamo spesso, abbiamo assistito a una crescita dell'indifferenza, del disinteresse, del disimpegno, della mancanza di attenzione nei confronti degli altri: preferiamo chiuderci in casa nostra per evitare di contagiarci, e questa può essere anche una giusta motivazione, ma purtroppo abbiamo spesso preso la scusa del contagio fisico per portare avanti (magari a volte anche in maniera inconsapevole) l'immunizzazione dell'indifferenza. E l'indifferenza, purtroppo, non è mai neutrale: è una presa di posizione, purtroppo sempre in favore di chi sta bene e a sfavore di chi soffre.
Continuiamo, allora, a lavarci le mani con acqua e sapone, a disinfettarcele per bene, e a mantenerci puliti, noi e l'ambiente che ci circonda, perché tutti (ma veramente tutti) possiamo godere di buona salute; ma non imitiamo Ponzio Pilato in quella lavanda delle mani dal sapore dell'indifferenza e della neutralità, perché questa lavanda non porta alla salute di nessuno, bensì alla morte di molti. Soprattutto, degli innocenti.