| Omelia (02-04-2023) |
| padre Paul Devreux |
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Oggi contempliamo l'entrata di Gesù a Gerusalemme, come un re mite. E' sempre bello contemplare quest'asinello che porta Gesù in città. Potessimo essere anche noi persone capaci di portare Gesù nelle nostre strade. Poi leggiamo la sua Passione, e mi domando come mai i discepoli hanno voluto raccontarla con così tanti dettagli? Non potevano dire semplicemente che, alla fine, Gesù è stato condannato e crocifisso? No. Hanno fatto un lungo racconto perché hanno capito che quello è stato il momento più importante della vita di Gesù. Hanno capito che è proprio tramite la sua Passione e morte che Gesù ha voluto rivelarci quanto è grande l'amore di Dio per noi. Gesù va a Gerusalemme, sapendo benissimo che va incontro a dei nemici. Ci ha detto di amare i nemici, e lui lo fa, per dirci che Dio ci ama tutti, anche se lo rifiutiamo, perché ci considera tutti figli suoi. Quando vengono per arrestarlo e Pietro prova a difenderlo, gli dice di rimettere a posto la sua spada perché: che non è li per difendersi. Anche Pilato prova a difenderlo, ma Gesù tace. Le autorità, che avevano avuto paura di lui, paura che potesse organizzare una rivolta contro di loro, vedendolo crocifisso e sconfitto, si rallegrano e lo scherniscono, e lui si lascia fare, come Dio ci lascia fare e dire tutto quello che vogliamo su di lui, senza mai prendersela. Tutti lo prendono in giro e lo insultano, perché non è stato un re potente e autoritario. Ma è proprio questo che ci vuole dire Gesù attraverso la sua Passione: Dio non è così. Dio ama l'uomo così tanto da mandarci suo figlio a prendere su di se il peccato del mondo. Contemplando la croce, cosa vedo? Vedo un Dio che preferisce essere messo in croce piuttosto che mettermi in croce. Un Dio che preferisce prendersi tutte le colpe possibili e immaginabili, pur di togliermele di dosso. Andando in croce Gesù ci dice che è sempre pronto a prendere il nostro posto, o perlomeno, ad accompagnarci, come ha fatto con i due ladroni. Buona domenica. |