| Omelia (02-04-2023) |
| don Michele Cerutti |
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Dolore perché? Perdonare sempre? Le pagine della Scrittura ci mettono in evidenza tante sollecitazioni. Mi soffermo davanti al dolore di un innocente e alla dimensione del perdono. Nel primo caso non vorremmo tacere davanti alla nostra impotenza, ma nello stesso tempo ci mancano le parole. Guardando agli eventi della Passione soffermandoci passo dopo passo a Gesù che soffre comprendo un aspetto importante per confermarmi nella fede e per cercare le ragioni profonde. Egli non ha vinto dolore e morte agendo dall'esterno o dal di fuori, come se fosse rimasto estraneo alla condizione umana segnata da finitezza, vulnerabilità e mortalità. Egli ha cercato di vivere quelle condizioni dall'interno, in un atteggiamento di autoconsegna fiduciosa, di autodonazione. Egli è rimasto fedele fino alla fine, in questo modo Gesù è stato trasformato dalla sofferenza e la sofferenza lo ha trasformato radicalmente (Eb 5, 7-10). Quindi la sofferenza e la morte di ogni uomo hanno un senso, a condizione d'essere inserite nel Cristo. Guardando l'esempio di Gesù l'unico giusto che soffre dovrei quindi spingermi a una vera e propria conversione. Ognuno può soffermarsi su un aspetto della propria vita che rimane all'ombra e illuminarla con queste pagine che ci indicano il Cristo sofferente. In questi versetti si rende visibile l'uomo delle Beatitudini. Lui che ha veramente cercato di riconciliarsi con i suoi nemici mostrando mitezza e misericordia. Siamo in grado di essere uomini e donne che sanno perdonare i torti subiti, le ingiustizie offerte, le denigrazioni? Mi ha colpito in questi giorni queste espressioni che vi offro: «Perdonare in primo luogo i nostri genitori, per l'immenso male che ci hanno fatto senza rendersene conto. Perdonare i nostri maestri e professori, soprattutto per la loro incompetenza, ma anche per la loro incuria e crudeltà, quando si sono vendicati su di noi per le loro frustrazioni. Perdonare i nostri amici - anche loro - dato che spesso non sono stati dei veri amici. E i nostri fratelli, perché sono stati instancabilmente in competizione con noi. I nostri partner, coniugi o amanti, perché hanno chiamato amore ciò che non era amore. O perché hanno permesso ingannevolmente o stupidamente che una storia d'amore si rovinasse. Perdonare i nostri compagni o colleghi, poiché hanno fatto l'impossibile per non farci primeggiare. I nostri figli, che hanno replicato con sconvolgente fedeltà i nostri difetti. I nostri discepoli, che ci hanno tradito uno dopo l'altro. I nostri nemici, che si sono accaniti contro di noi mettendo la nostra anima in pericolo. È urgente perdonare i nostri governanti per il loro egoismo, per la loro goffaggine, per la loro vanità. Perdonare la nostra comunità religiosa per la sua indifferenza, per la sua intolleranza, per la sua frivolezza. E soprattutto perdonare noi stessi, causa principale di tutti i nostri mali. Perdonare sé stessi comporta lasciarsi giudicare, non condannarsi, analizzarsi; comporta smettere di essere esigenti con sé stessi, di guardare con insistenza al passato, di immaginarsi continuamente come avrebbe potuto essere tutto. Perdonare sé stessi è riconciliarsi con ciò che si è stati e si è. Fin quando non viene perdonato assolutamente tutto, non c'è niente da fare. Perdonare tutto persino a Dio, che ha pensato per noi qualcosa che non capiamo e che non avremmo mai scelto. Perdonargli persino il Suo amore, di fronte al quale ci sentiamo a disagio. Quel che rende più difficile il nostro cammino spirituale è proprio non perdonare. Per questo, se abbiamo qualcosa contro qualcuno, o qualcuno ha qualcosa contro di noi, fare la pace viene prima di tutto» (Pablo d'Ors, Biografia della luce). Iniziare questa settimana dal perdono ci farebbe solo bene. |