Omelia (02-04-2023)
diac. Vito Calella
La vittoria della comunione

«Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8)
Oggi contempliamo la fedeltà di Gesù alla sua opzione fondamentale: perseverare, resistere nella sua comunione con il Padre. Gesù perseverò anche quando, nella sua umanità, uscì dalle sue labbra il forte grido, mentre era inchiodato sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46; Sal 22,1). Gesù rese «la faccia dura come la pietra» (Is 50,7b) di fronte alla tentazione di sentirsi abbandonato dal Padre, con il quale aveva sempre mantenuto la comunione, come ci dice l'autore della Lettera agli Ebrei: «Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza da ciò che patì» (Eb 5,8).
Nella sua preghiera, nell'orto degli ulivi, aveva rinnovato, nella sua angoscia: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt 26,42).
La diabolica tentazione di sentire e affermare la mancanza di comunione con il Padre, di sentire l'abbandono del Padre nelle ultime ore di vita e di sofferenza, mentre era inchiodato sulla croce, è amplificata dallo scherno delle persone che «passavano di lì, lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: "Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!". Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: "Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d'Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: ‘Sono Figlio di Dio' "» (Mt 27,40-43).
Gesù credette fino all'ultimo respiro della sua vita terrena che il Padre era in comunione con Lui, perché tutta la sua missione in questo mondo fu guidata dalla sua scelta di obbedire, come Figlio amato, alla volontà del Padre. Abbiamo accolto la profezia di Isaia: «Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l'orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso» (Is 50,4b-7).
La sua fedeltà nella comunione con il Padre, credendo che Egli era presente anche nel male di quella morte ingiusta e violenta, diventa per noi una «parola di conforto» (Is 50,4a), perché spesso siamo abbattuti e scoraggiati a causa della violenza e per il male che prevale intorno a noi. La malvagità dell'egoismo umano stroncò la vita di Gesù. Ma il potere del male umano non riuscí a tagliare la sua comunione con il Padre.
Le parole che Gesù urlò con il Salmo 22 non furono le sue ultime prima di morire. Abbiamo ascoltato: «Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito» (Mt 27,50). L'evangelista Luca ci dice che le ultime parole di Gesù furono quelle del Salmo 31,6: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Vinse la comunione. Gesù superò la tentazione di sentire spezzato il suo rapporto con il Padre.
Superare il nostro scoraggiamento e la nostra indifferenza
La violenza ci affligge, il male umano provoca guerre, mancanza di rispetto per la vita degli altri, ingiustizia e fame per milioni di persone. L'egoismo umano provoca terribili forme di schiavitù e dipendenza, sconvolgendo molte famiglie, facendole precipitare nell'inferno dell'isolamento e della disperazione.
Il «terremoto» e «le tenebre», narrati nel racconto della passione e morte di Gesù secondo Matteo, ci annunciano che Gesù ha condiviso con noi, cioè con tutta l'umanità smarrita nel male strutturale di questo mondo, la drammatica convivenza con con gli effetti negativi generati dall'egoismo umano.
Ma non è stato sconfitto, perché la comunione con il Padre e il perdono sono più forti di ogni divisione, conflitto, dominio fatto con le armi, narcotraffico, ingiustizia e male.
Ai due segni negativi del «terremoto» e delle «tenebre», che accompagnarono l'evento della morte in croce del servo sofferente e innocente, chiamato Gesù di Nazaret, si contrappongono due segni positivi: «Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, [...], i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono» (Mt 51a.52).
Lo squarcio del velo nel tempio di Gerusalemme
Con la morte di Gesù in croce, non aveva più senso guardare verso il luogo più sacro del tempio di Gerusalemme, chiamato il "Santo dei Santi", luogo inaccessibile a tutti i membri del popolo di Israele. Solo il sommo sacerdote, una volta all'anno, varcava quel sipario, nel giorno della festa della riconciliazione, per cospargere con il sangue degli animali sacrificati in olocausto, quel luogo sacro della presenza divina, e per chiedere a Dio il perdono dei peccati per se stesso e per tutto il popolo (cfr Eb 9,1-10).
L'unico e definitivo sacrificio di espiazione di Gesù Cristo realizzò una volta per tutte la nuova ed eterna alleanza del Padre con tutta l'umanità. Il sangue sparso di Gesù sulla croce è allo stesso tempo il sangue vitale, unificante, liberatore dello Spirito Santo donato gratuitmene nei nostri cuori per il nostro riscato, per la liberazione delle nostre innumerevoli schiavitù causate dai nostri peccati.
«In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10).
Gesù «portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime» (1Pt 2,24-25).
Dio non è più invisibile e inaccessibile, non è più misterioso, ma diventa completamente visibile nel corpo di Gesù crocifisso per la salvezza del mondo. Per questo il Vangelo si conclude con la professione di fede del centurione romano e dei suoi soldati, che vogliamo fare nostra: «Era davvero il Figlio di Dio!» (Mt 27,54).
Molti corpi di santi, che erano morti, furono resuscitati dopo la risurrezione di Gesù
La morte di Gesù segna l'inizio del trionfo sulla morte fisica, ma anche su altre forme di morte: i peccati, la violenza, l'ingiustizia e il disprezzo della nostra comune dignità di figli adottivi del Padre, destinati a vivere in Cristo, in comunione con il Padre e con tutti i santi, per la forza dello Spirito Santo, che già abita in ciascuno di noi. Solo l'evangelista Matteo riferisce che «i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti» (Mt 27,52-53).
Siamo invitati ad essere santi, cioè differenciarci dal resto dell'umanità, che non si è ancora risvegliata alla consapevolezza di aver ricevuto gratuitamente la potenza divina dello Spirito Santo.
Facciamo la differenza scegliendo di non «lavarci le mani», come Pilato, diventando indifferenti i fronte alle ingiustizie e alle sofferenze di tanti innocenti.
Facciamo la differenza con la nostra scelta di diventare veramente discepoli di Gesù Cristo, morto e risuscitato, capaci di uscire ad annunciare parole di consolazione e di speranza alle persone abbattute e disperate.
Preghiera finale
Beato colui che viene nel nome del Signore! Ti benediciamo, o Signore Gesù, e proclamiamo che sei veramente il Figlio di Dio, che viene nel nome di Dio nostro Padre. La tua umiltà e mansuetudine ci purifichi dalla prepotenza e dalla violenza e ci liberi dallo scoraggiamento e dalla disperazione a causa dei mali che ci affliggono. Sappiamo che non ci abbandoni mai. Per la tua croce liberaci da ogni male. Amen.