| Omelia (26-03-2023) |
| don Alberto Brignoli |
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Viva la vita! Sempre! Che noi viviamo in una società fatta di contraddizioni, non ci piove. Diciamo sempre tutto e il contrario di tutto, su tutto. Senza, il più delle volte, arrivare a una conclusione, nei dialoghi e nei discorsi che facciamo. Sintomatici di questo, che è ormai diventato uno stile di vita, sono i famosi "talk show", programmi dove a tutti - in nome, giustamente, della libertà di espressione - viene data la parola sui più disparati argomenti, dei quali spesso ci si mette a parlare senza cognizione di causa, ma soprattutto senza la possibilità di aver saputo esprimere la propria idea al riguardo, ancor meno di aver dato ai malcapitati spettatori (ai quali, peraltro, non sembra importare più di tanto) delle linee di interpretazione su come agire nella vita di ogni giorno. I dibattiti che avvengono in questi giorni (ma non solo) riguardano principalmente le questioni legate alla vita, in particolare la vita nascente. Ci si chiede se sia giusto che nascano in maniera "artificiosa" bambini da genitori che non possono averli in modo naturale per via dell'età avanzata, del sempre crescente fenomeno della scarsa fecondità delle coppie, oppure delle situazioni createsi con la costituzione di nuovi modelli di famiglia non tradizionali (come, ad esempio, le famiglie omogenitoriali). Le contraddizioni sono evidenti: da una parte ci si accanisce intorno al concetto del "figlio ad ogni costo, con ogni metodo e a ogni età", e dall'altra si pensa di poter ridurre la pratica dell'aborto a un metodo anticoncezionale come tanti altri (negando così la possibilità a una nuova vita di vedere la luce), oppure si rendono sempre più difficili e gravose - non solo economicamente - le pratiche di adozione, sia nazionali che internazionali, lasciando molte coppie senza figli e molti figli senza una famiglia che si prenda cura di loro. Gli stessi dibattiti e le stesse contraddizioni li vediamo intorno al tema del fine-vita. Da una parte, ci si preoccupa giustamente di prolungare il più possibile le aspettative di vita grazie anche a tecnologie e a ricerche scientifiche che, fortunatamente, in questi decenni hanno fatto e continuano a fare passi da gigante per debellare malattie fino a poco tempo fa letali; dall'altra, si discute sul senso di una vita (giovane o no che essa sia) legata a una serie di tecniche e di strumenti che spesso coincidono con atti di vero e proprio accanimento terapeutico, e che portano inevitabilmente, da parte di qualche malato e dei suoi familiari, al pensiero di una morte anticipata che eviti il più possibile inutili sofferenze. Non è il caso di sollevare delle questioni morali, sia rispetto alla procreazione che rispetto al fine-vita, perché comunque si arriverà, sempre e comunque, a posizioni diametralmente opposte, che ad ogni modo devono essere rispettose della libertà di pensare, di esprimersi e di vivere da parte di tutti e di ognuno, senza pregiudizi o giudizi affrettati. Si tratta, però, di avere il coraggio, come società civile e politica, di affrontare questi temi con serenità ma anche con fermezza da un punto di vista legislativo: perché il vuoto a livello normativo porta inevitabilmente (come di fatto sta accadendo) a scelte personalistiche e soggettive che non fanno il bene di nessuno, e non fanno altro che alimentare il caos, oltre che alimentare le tasche di chi, in questo caos, ci sguazza e ci guadagna alla grande. E chi paga, nel frattempo, è la vita: quella nascente, quella morente, quella malata, quella lasciata sola, ma soprattutto quella vissuta quotidianamente con dignità. Perché nessuno mai, quando deve dibattere, pensa che la cosa principale, al di là di ogni scelta personale, è la vita: la quale deve vivere, deve prevalere, deve trionfare sempre e comunque rispetto a tutto ciò che sa di morte, anche di quella morte che abbiamo nella testa e nell'anima, quando preferiamo dibattere e mettere davanti alla vita un mucchio di parole e di assurdi ragionamenti, invece che gioire per la vita che si fa spazio in mezzo a ombre di morte. Che altro non è se non ciò che è successo a Gesù, a partire già da domenica scorsa, quando la guarigione di un uomo cieco dalla nascita è divenuta, invece che motivo di gioia per tutti, causa di discussione intorno alla validità di una guarigione avvenuta fuori dal contesto legale e tradizionale dell'osservanza del sabato, quasi che la legislazione e i comportamenti legali (ma sarebbe meglio dire legalisti) fossero più importanti della salute e del ritorno a una vita dignitosa di un uomo la cui vita non era degna di essere chiamata tale. Cosa che poi si ripete, in maniera ancor più amplificata e drammatica, quest'oggi, con il racconto della risurrezione di Lazzaro: invece di gioire per una vita strappata alle sgrinfie della morte quando ormai erano già trascorsi diversi giorni, molti dei presenti a quei fatti dibattevano sulla scarsa rapidità di intervento di Gesù nei confronti della malattia dell'amico, sul suo apparente disinteresse nei confronti del dolore di Maria e Marta, sull'opportunità o meno (teoria avanzata dai discepoli) di tornare in Giudea dopo aver rischiato il processo per la guarigione del cieco nato, e - ancora una volta - sull'illegalità della scelta di Gesù, che pur di salvare dalla morte il proprio amico, compie un gesto che gli costerà caro, ovvero la profanazione di una tomba. Alla fine, ciò che doveva diventare motivo di gioia e inno alla vita, diviene causa di rabbia e dichiarazione di morte nei confronti di Gesù. Del quale, infatti, a causa di questo gesto, viene decisa la condanna. C'è poco da fare: quando non c'è amore alla vita, e quando ciò che domina è l'egoismo e gli interessi personali legati spesso a mentalità ottuse e segnate dalla morte del cuore e della mente, si mettono in atto scelte che, alla fine, soffocano ogni tentativo di fare spazio alla vita. La quale, per fortuna, è più forte di qualsiasi tentativo messo in atto per soffocarla: ma ne riparleremo a Pasqua. |