| Omelia (26-03-2023) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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Per vivere davvero la vita Acqua e luce ne sono un simbolo e una metafora, ma la vita nella sua realtà globale non può essere spiegata che per mezzo di un evento di resurrezione. Che Gesù è via, verità e vita lo ha detto espressamente (Gcv 14, 6) e lo manifesterà inequivocabilmente quando fuoriuscirà misteriosamente dal sepolcro che lo trattiene, in quel giorno che per noi è la Pasqua del Signore; di questa resurrezione adesso ci da' un saggio appunto in un singolare caso di resurrezione dai morti molto più eloquente di tutti gli altri narrati dagli evangelisti. Ciò affinché siamo spronati a procedere sempre più spediti verso la Solennità della Resurrezione, non senza però concepire come nell'ordinarietà della nostra vita l'esperienza del dolore e della morte non è l'ultima parola. Sono piuttosto tappe necessarie e inevitabili, prevista del resto anche al di fuori della nostra religione, quelle del sacrificio, del martirio e delle apprensioni, che però conseguono il traguardo inopinabile del premio. A detta di Paolo: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà..."(2Tm 4, 7 - 8). La morte è l'inizio della vita, un incontro personale con l'Assoluto che ha promesso l'eternità e per questo motivo il dolore, seppure inevitabile e per certi aspetti necessario, non deve avere la prevalenza e non può caratterizzare i nostri percorsi quotidiani. Goethe diceva che la vita è l'infanzia della nostra immortalità; Gesù ci da' la certezza che questa immortalità è vita eterna per chi coltiva in lui fiducia, speranza, costanza e determinazione, senza lasciarsi vincere dal male e dallo sconforto. Come si diceva, sarà l'evento Resurrezione dopo la croce a risaltare l'idea della vita senza fine e e della vittoria definitiva della vita sulla morte, ma adesso, in questo percorso di Quaresima che volge al termine, ecco che della resurrezione ci viene dato un saggio perché abbiamo un incentivo. Lazzaro, Marta e Maria, fratelli fra di loro, sono amici intimi di Gesù e questi ha già mostrato di voler bene a tutti loro. In apparenza stupisce quindi che, appena saputo della malattia di Lazzaro, Gesù esita a mettersi in viaggio verso Betania dove lui vive e solo quando viene a sapere del suo decesso (due giorni dopo) si mette in cammino per andare "a svegliarlo". Ed è infatti quello che dopo gli rimprovereranno le stesse sorelle di Lazzaro ("Se tu fossi stato qui...") e anche i Giudei convenuti da Gerusalemme, che si stupiscono di vedere come un uomo capace di donare la vista a un cieco non abbia avuto potere o volontà sulla grave infermità di questo defunto. Ma la risposta Gesù la da' prontamente, sia nei suoi commenti che nelle sue azioni. Dice infatti che questa malattia "non è per la morte, ma per la gloria di Dio" e che "Lazzaro si è addormentato e io vado a svegliarlo." I suoi discepoli fraintendono e pensano che Lazzaro sia stato semplicemente colto dal sonno fisico procuratogli dal male e Gesù deve spiegare loro esplicitamente che il suo amico è morto e che lui si mette in cammino per andare a svegliarlo. Non dal sonno fisico, ma dalla morte. Questo spiega l'atteggiamento insolito di Gesù nel procrastinare la sua partenza per Betania: io sono la resurrezione e la vita, chi crede in me è destinato a vivere per sempre, seppure Lazzaro chiuderà gli occhi e resterà immobile, posso superare il dolore e avere ragioni perfino sulla senescienza del suo cadavere. Non importa quindi se arriveremo in ritardo, se il mio amico sarà nel sepolcro da parecchio. In Palestina i lutti duravano parecchi giorni durante i quali si poteva sempre andare a piangere al sepolcro, Gesù invece, quale via, verità e vita non conosce tempi per conferire la vita, piuttosto si premura di dare la vita eterna. Certo, la scomparsa di un amico di cui vediamo la foto in un epitaffio mentre prima ne vedevamo il volto sorridendo con lui, non può che procurare dispiacere e avvilimento. Il dolore ha la sua parte inesorabile quando ci separiamo da un nostro congiunto, a prescindere dal senno del poi; l'esperienza della morte che facciamo nel decesso di amici, parenti e persone care non dispensa nessuno dal pianto e dal dolore e neppure Gesù ne è dispensato: versa anzi profluvi di lacrime davanti alla tomba di Lazzaro al punto da destare l'attenzione degli astanti. Anche Maria piangerà addolorata davanti allo strazio del figlio che sta per esalare l'ultimo respiro, non importa la sua consapevolezza che poi risorgerà. Il dolore è sempre dolore. Ma il fatto che Gesù, appurata la grande fede di Marta che lo riconosce come Signore, faccia fuoriuscire Lazzaro dal sepolcro nonostante le bende che lo avvolgono; il fatto che successivamente Lazzaro sarà fra i commensali di un banchetto come se nulla fosse accaduto attesta che in Cristo Signore la vita ha il trionfo sulla morte e sullo sconforto che le è correlato. Gesù con questo prodigio annuncia di voler dare la vita a tutti, che egli stesso è la vita e che questa vita non conosce limitazioni, perché è fondata sull'amore. Perché ci sia la vita eterna certamente occorre fare, in un certo qual modo, esperienza della morte e Gesù stesso vi si sottoporrà accettando una fine a dir poco cruenta; ma "chiunque vive e crede in me anche se muore vivrà"(Gv 11, 25). Nella prima lettura, per il tramite del profeta Ezechiele, Dio promette la vita a quanti sono nei sepolcri della schiavitù e dell'abbandono. Si riferisce agli esiliati di Israele costretti a soccombere ai Babilonesi sin da 597 a.C, anni in cui furono deportati e che attendono la liberazione da tale schiavitù, proprio come si attenderebbe il ritorno alla vita da uno stato di morte. Dio annuncia loro che la resurrezione in tal senso arriverà perché giungerà il giorno dell'affrancamento; in questo messaggio però annuncia anche che in Dio l'obiettivo della vita è sempre raggiunto, quando si voglia realmente confidare in lui facendola finita con il peccato. La resurrezione è infatti non solo un obiettivo che consegue alla croce, ma anche un criterio con cui impostare la vita di tutti i giorni, cercando di approfittare al meglio del nostro tempo, considerando la preziosità di ogni minuto. Paolo afferma che "Per me il vivere è Cristo. Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me"(Fil 1, 21; Gal 2, 20) e di fatto di ogni cosa va colto il presente, perché non possiamo mai sapere come sarà domani e se avremo le stesse opportunità. In questi tempi in cui stiamo scrivendo siamo in attesa di tante soluzioni di vita, innanzitutto per la questione del migranti che, vittime degli scafisti che traggono profitto dalla loro disperazione, periscono in mare quando le loro imbarcazioni di fortuna si rovesciano a poca distanza dalle nostre coste: quando otterranno motivazioni di vivere dignitosamente nelle loro terre? Quando si risolveranno i problemi per cui si è costretti a scappare spesso clandestinamente? E soprattutto quale linea adeguata prenderà l'Europa in ordine all'accoglienza di profughi e derelitti? Le ragioni della vita piena si attendono anche nel nostro paese, non soltanto in ordine al caro bollette e alla crisi occupazionale, ma anche intorno alla faccenda del reddito di cittadinanza, del quale non di rado si abusa e spesso anche interpretato come incentivo a legittimare la pigrizia e la negligenza; si cerca la vita dappertutto e in ogni situazione, anche quella in apparenza già esistente. Anche in ordine alla moralità e alla religiosità ci si illude spesso di vivere ma si vive da morti la vita. La redenzione è innanzitutto conversione e se Dio è il Dio dei viventi occorre che non si viva da parte nostra nella morsa della morte apparente. |