| Omelia (19-03-2023) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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La vera luce e chi ce la insegna Ci avviciniamo sempre più alla Pasqua incoraggiati e motivati da metafore, paradigmi e similitudini con cui Gesù vuole suscitare il nostro interesse verso di sé e per il suo tramite verso il Padre. La volta scorsa infatti, conversando con la Samaritana, Gesù le si era proposto come "sorgente di acqua viva che zampilla per la vita eterna"; adesso trovandosi a intervenire sul malessere fisico del giovane non vedente sin dalla nascita, si presenta come "luce". Entrambi i personaggi hanno in comune un riferimento, cioè un atteggiamento che Gesù adopera dialogando con ciascuno di essi: sia alla Samaritana sia al cieco nato egli ha esclamato: "Sono io che parlo con te". Parole con le quali si presentava con la sollecitudine divina del Messia, mostrandosi in effetti tale soprattutto scrutando il cuore sia dell'una che dell'altro personaggio, ai quali appare appunto come Messia e Salvatore. Nella prima occasione sotto la metafora di acqua, adesso come la luce. Entrambi elementi sinonimo di vita. A questo giovane non è stata praticata effettivamente una guarigione. Essendo nato non vedente e privo di facoltà ottiche, probabilmente si era rassegnato a dover condurre una vita da persona limitata, precaria e anche peccatrice, poiché vi era la concezione socialmente diffusa per la quale chiunque soffrisse di una grava malattia doveva aver commesso una colpa, lui stesso o i suoi genitori. Quello che Gesù gli fa è in effetti un dono inaspettato e straordinario, quello di recuperare la vista e soprattutto quello di avvalersi della luce che illumina ogni uomo (Gv 1, 4) che è egli stesso. Come sempre Gesù valica questa concezione pregiudiziale e non considera quale possa essere l'atteggiamento comune nei confronti di questo pover'uomo impossibilitato a distinguere le cose e i colori. Semplicemente gli applica del fango sugli occhi e lo manda a fare abluzioni nella piscina pubblica di Siloe, il cui nome non è affatto casuale: significa Inviato e sottende allo stesso Gesù Cristo, inviato dal Padre e redimere e a salvare l'uomo. Ad essere cioè il Messia Per quel giovane non è difficile concepirlo come tale, perché tornando dal lavaggio in piscina vede ogni cosa, si guarda attorno e osserva ciò che prima poteva solo immaginare; contempla, osserva e compara. Conclude quindi che Gesù è la luce che rischiara il popolo dalle tenebre (Is 9, 1). E il suo ragionamento è semplice e obiettivo: nessun peccatore può mai dare la vista addirittura a un cieco nato; solo un profeta può farlo, un uomo mandato da Dio. Se Gesù ha potuto così agire ciò vuol dire che non è un peccatore, ma un uomo mandato da Dio, e l'autorità con cui ha esercitato tale servizio lascia intendere essa stessa che egli è veramente il Dio fatto uomo, il Messia nel quale va riposta ogni fiducia e ogni speranza. Scribi e farisei, nonostante l'evidenza dei fatti, si ostinato irrimediabilmente a credere in ciò che desiderano credere; si impuntano con ogni mezzo a ritenere Gesù un peccatore e a nulla valgono le considerazioni del giovane, sebbene obiettive e fondate, perché è troppo facile restare ancorati alle proprie convinzioni e trovare ogni pretesto per smentire la realtà oggettiva. Quando si vuole perseguitare una persona perché è lontana dal nostro partito o dalle nostre concezioni mentali si è disposti a tutto, anche a vedere bianco dove in realtà è nero. La sacralità del Sabato, come essi sanno benissimo, può anche avere delle eccezioni nelle necessità estreme, soprattutto quando si tratti di operare del bene o di andare incontro a una necessità. E loro la tirano in ballo per giustificare una certezza che appartiene solamente a loro e della quale in realtà sono vittime inconsapevoli: Gesù è un peccatore e basta. pur di prendere le distanze da ciò che non si vuole accettare. In questo consiste la vera cecità, nel non accettare la verità oggettiva che ci viene presentata come inequivocabile, nel fuggire dalla realtà ostinandosi nelle proprie convinzioni a tutti i costi. Anzi, nel rifiutare la via, la verità e la vita che solo la rivelazione può darci, riconoscendone in Gesù l'identità. E in questo caso nel disattendere la luce che illumina ogni uomo che è il Cristo per mantenere un'alternativa di comodo nel proprio orientamento. Bella la frase che Montale dedicava alla moglie: "ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue." E' risaputo che chi è non vedente dispone di uno sviluppo maggiore di tutti gli altri sensi esterni; aggiungiamo che spesso nei non verdenti anche i sensi interni quali la fantasia e la memoria sono molto più sviluppati e anche in ragione di questo non di rado la fede e la speranza li inducono non soltanto a fare uso della luce vera, ma anche ad esserne un riflesso. Spesso proprio i non vedenti ci insegnano a vedere e a scrutare ogni cosa con vera obiettività e profondità. Ci insegnano anche che è prezioso proteggere la vista con il ricorso alla luce naturale e a quella artificiale all'occorrenza, ma soprattutto ci delineano l'importanza della luce di vita e di eternità che è Cristo Signore. Per Samuele fu luce, cioè lume e orientamento divino, aver individuato nel giovane pastorello Davide il futuro re successore di Saul (I lettura) rilevando come i criteri di scelta di Dio sono assai differenti da quelli convenzionali e interessati dell'uomo. Appunto in questa elezione vocazionale si richiede un discernimento profondo e ragionato che solo la luminosità del Signore è in grado di dare. Per ciascuno di noi Gesù è orientamento nella singolare scelta vocazionale, ma prima ancora nella peculiare scelta di lui stesso che abbiamo adottato nel battesimo: in questo sacramento, che ci ha recuperati alla vita estinguendo il peccato di Adamo in noi, siamo stati rigenerati ed elevati a dignità maggiore e resi partecipi di quella luce che siamo chiamati ad irradiare a nostra volta sugli altri. Come afferma Paolo, prescindendo dalla vocazione specifica, siamo chiamati ad essere luce nel Signore per apportare frutti di questa iridiscienza; frutti di bontà, giustizia e verità (Ef 5, 8 - 10 I lettura). Opere insomma che scaturiscono da una conversione reale e da una carità sincera che è frutto dell'avvenuta comunione con Dio e che edificano tutti coloro con i quali interagiamo, con la nostra stessa testimonianza silenziosa prima ancora che con ogni discorso prolisso e ampolloso |