Omelia (19-03-2023)
Casa di Preghiera San Biagio FMA
Commento su 1Sam 16,1.4.6-7.10-13; Sal 22; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41

Le letture di questa quarta domenica di Pasqua sono dominate dalla figura del pastore. Impossibile non restare affascinati dal salmo 23, uno dei salmi più noti del salterio; addirittura, secondo talune interpretazioni, la sua ripetitività è dotata di una caratteristica terapeutica. In questo salmo, l'immagine del pastore viene associato a quello della mensa: «Quale mensa per me tu prepari / sotto gli occhi dei miei nemici», canta David Maria Turoldo nella sua splendida traduzione del salmo. Nell'evangelo di Giovanni, la figura del pastore viene invece associata all'immagine della porta. Ma andiamo con ordine.

A molti sarà successo di transitare, in montagna, di fianco a un alpeggio di pecore. Gli animali, quando non sono al pascolo con il pastore, sono rinchiusi in un recinto. In genere c'è anche una costruzione, molto povera e provvisoria, nella quale vive il guardiano. Non molto diversa, nonostante il trascorrere degli anni, doveva essere la configurazione dei pascoli al tempo di Gesù, sulle montagne della Palestina. Al di là delle diversità culturali, la vita pastorizia contiene elementi antropologici comuni, ricchi di suggestioni profonde.

Non doveva essere infrequente, a quei tempi, imbattersi in ladri, disposti a scavalcare il recinto per appropriarsi delle pecore. «Ladri e banditi» che non temevano neppure le sentinelle armate che facevano la guardia ai recinti più consistenti... E non temevano il pastore, che pure dormiva sempre «con un occhio solo».

Gesù - nel racconto giovanneo - utilizza queste immagini per proporre una riflessione teologica che è urgente comprendere e realizzare nell'esistenza quotidiana. Di essa proviamo a sottolineare solo alcuni punti.


Io, dice Gesù, sono la porta per le pecore... Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Non c'è immagine migliore per descrivere la relazione Cristo-Chiesa. Troppo sovente, tuttavia, abbiamo inteso questo «entrare nel recinto» secondo categorie giuridiche, di appartenenza. Un pregiudizio, questo, che ha condizionato pesantemente, e ancora condiziona, la teoria e la prassi ecumenica. Su 100 abitanti del pianeta, 23,1 sono musulmani; 17 cattolici; 10 evangelici; 2,6 ortodossi; 0,2 ebrei; 15 induisti; 5 buddhisti; 6 di altre religioni orientali; 6,1 di varie altre religioni; 15 atei e agnostici. In un ventaglio così ampio non ha più molto senso pensare che una religione possa ambire all'universalità. In un contesto di dispersione e di divisione, che ripropone drammaticamente la stessa divisione etnica, linguistica, politica e antropologica del mondo, spesso causa di guerre cruente, l'ecumenismo non può più essere inteso come dialogo tra Chiese, né tra religioni, e neppure tra credenti che si riconoscono negli opposti recinti, ma solo incontro tra uomini e donne che si riconoscono nella comune umanità e percorrono vie (tutt'altro che facili) di riconciliazione planetaria dalla quale dipende la sopravvivenza stessa dell'umanità.

Questo è il progetto che ci deve impegnare. Tutti, concordemente. Vediamo però che cosa dice questa Parola a noi, oggi, che ci riconosciamo nell'appartenenza al Cristo.


Il pastore - è sempre Gesù - entra per la porta... Il pastore buono («bello» nel testo greco) per entrare utilizza la porta del recinto. È solo il «ladro», colui che vuole rubare, distruggere, appropriarsi delle pecore, che entra di soppiatto, scavalcando il recinto. Qui la simbologia appare più complessa, ma non per questo meno efficace. Che cosa dunque vuol simboleggiare, rendendo attuale il concetto, la porta? Anche la porta indica Gesù. Gesù è la porta. Non quella dell'ovile, ma quella del Tempio. Nessuno può entrare nella casa di Dio se non attraverso Gesù. Le vie per questo ingresso sono spesso misteriose, insondabili, non sempre comprese appieno neppure da chi ne fa l'esperienza. Ma Gesù fatto uomo è il «luogo» teologico nel quale l'umanità incontra Dio per passare da uno stato di pericolo ad uno di sicurezza, per fare esperienza di «liberazione», cioè di «salvezza», per attingere vita e senso. Entrare per la porta significa dunque dare la nostra adesione a Gesù, non a una religione, ma a una persona, per sperimentare la pienezza dell'amore.

C'è un aspetto che colpisce nella lettura attenta dell'Evangelo di oggi: Gesù accentua sempre l'aspetto della generazione della persona. Chi entra nel «recinto» attraverso Lui trova la vita. L'accento, cioè, è spostato dal momento della fecondità a quello della custodia. Gesù è riconosciuto come pastore che non viene per dominare, ma per nutrire, custodire, fare bella la sua Chiesa. E non tiene il suo gregge al chiuso per paura dei ladri, non ama il protezionismo spirituale, ma lo fa «uscire». («Una chiesa in uscita», dirà papa Francesco). Lo porta fuori, nei pascoli, dove può abbeverarsi e trovare cibo.

Una prima conclusione: per ritrovare le vie della salvezza non basta più stare «nel recinto», come non basta più dichiarasi «cristiani». Quanti sono coloro che si dichiarano cristiani, che esibiscono croci d'oro e sventolano rosari, e poi lasciano impunemente morire nel mare in tempesta centinaia di esseri umani in cerca di rifugio. L'appartenenza al Cristo si riconosce dall'ortoprassi. L'appartenenza al Cristo non è l'appartenenza a un'istituzione, ma a una persona. Tutte le istituzioni hanno la tendenza a essere iperprotettive, a trattenere più che a lasciar uscire allo scoperto; a conservare più che ad innovare. E le loro mura di cinta hanno spesso sentinelle armate. Ma esse hanno il compito della custodia amorosa o della repressione?


Il pastore - è Gesù stesso - ha cura delle proprie pecore. Se Giovanni sottolinea questo aspetto è perché, con ovvia probabilità, c'erano anche pastori che non avevano cura delle pecore, erano pastori «mercenari», corrotti, irresponsabili. Non andavano alla ricerca della pecora perduta, lasciando le altre novantanove. Non fasciavano le loro ferite quando i rovi avevano fatto sanguinare i loro corpi. Non curavano le pecore malate. Non le salvavano se stavano affogando. Mercenari irresponsabili e incoscienti.


... E chiama per nome le sue pecore. Ogni pecora ha un nome, come ben sanno le popolazioni nomadi che si dedicano alla pastorizia. Il pastore «buono» non considera il suo gregge una massa informe e indifferenziata, ma ogni capo ha un proprio nome ed una caratteristica peculiare. Questo significa «conoscere» le «pecore». Non si tratta di una conoscenza intellettuale, ma intima, profonda, personale. Conoscere è un'esperienza, non sempre un'esperienza facile, non un'esercitazione di metafisica. Fuori di metafora, ogni persona che fa parte di un gruppo, familiare, familiare più esteso, ecclesiale... ha un nome e soprattutto un volto. Dal nome non si può che risalire al volto: è questo volto, la parte più deterrente di ognuno di noi, che non può mai essere alienato, deturpato, misconosciuto. Questo volto si accampa davanti a me, con la sua irriducibile alterità. Sempre familiare, eppure sempre «straniero».


Le pecore conoscono la sua voce. Si crea dunque, tra il pastore e le pecore un rapporto di intimità. Un'intimità così profonda che Gesù la paragona alla conoscenza (sempre nel significato non superficiale che spesso oggi siamo tentati di attribuire a questo termine) esistente tra lui e il Padre: «Come il Padre conosce me ed il io Padre...». Il rapporto che abbiamo - che possiamo avere, se lo vogliamo - con Gesù è l'esperienza stessa della vita divina. L'accento qui assume addirittura toni mistici, come sanno coloro che hanno fatto della conoscenza di Gesù il «luogo» dell'incontro intimo con il Padre. Ma spesso di questo non riusciamo a fare esperienza, ci resta solo una profonda nostalgia. La fede, spesso, forse sempre, è brancolare nel buio.


Ce n'è quanto basta per fare un'umile e feconda meditazione in coppia, in famiglia e nella nostra comunità. Cerchiamo soprattutto di non banalizzare questa parola, di non sterilizzarla togliendole la sua forza profetica. La vita cristiana non è un momento consolatorio per anime pie, ha in sé una forza dirompente. Le parole di questo brano di Giovanni ci giudicano nel nostro intimo. Giudicano le nostre ipocrisie se, essendo stati chiamati ad essere «pastori», non pensiamo alle pecore, ma solo a noi stessi, se solo noi siamo il soggetto e l'oggetto del pascolo. Se l'istituzione diventa l'alibi per crearci una «zona rifugio»: e si sa che le istituzioni funzionano spesso come riserva di soggetti subordinati e depressi. La comunità cristiana - la Chiesa - è un pastore «mercenario» quando non annuncia Gesù ed il suo Evangelo, sine glossa, ma si limita ad annunciare se stessa, i suoi fasti, le sue ricchezze. È Cristo che dobbiamo annunciare, è Lui che deve crescere, e noi - come Giovanni il Battista diceva di se stesso - diminuire. Anche la Chiesa è sua discepola, perché Lui è l'unico pastore. Anzi, egli è - come abbiamo interiorizzato nella celebrazione della Pasqua - ad un tempo agnello e pastore. Un pastore che ci ha radunati perché eravamo «come pecore disperse» (Prima lettera di Pietro, 2,25). Un pastore che si è fatto dono totale per insegnarci ad essere dono.


Vorremmo suggerire alle coppie ed alle famiglie, prima di fare la loro «revisione di vita», di prendere in mano il salmo 23 e di leggerlo con calma, riflessivamente, più volte. Scopriremo - molto razionalmente e senza emotività, in modo non «consolatorio» - quanto ci sia d'aiuto. Ci si sente quasi «coccolati», circondati da un affetto che forse neppure nella nostra vita matrimoniale siamo finora riusciti a sperimentare, e scoprire che essere amati è l'unica condizione per poter amare. Chi non si è mai sentito amato, difficilmente riuscirà ad amare un altro, uno - cioè - che sia realmente «altro» da me. Sarà fatalmente portato ad amare gli altri attraverso la percezione narcisistica di sé. Il Signore, invece, è quel nostro pastore, innamorato pazzo di noi, che senza chiederci nulla in cambio, ci fa riposare su prati d'erba fresca quando la calura non ci lascia tregua; ci dà forza, ci disseta, ci libera dalla paura, ci sostiene quando siamo stanchi, e ci invita, chiamandoci per nome, ad una mensa in cui a tutti, ma proprio a tutti senza eccezione alcuna - perché «buoni» e «cattivi» sono miserevoli categorie umane, non certo divine - «profuma il capo d'olio e riempie il calice fino all'orlo». Questa è la bontà del nostro Dio: il suo amore ci precede e ci segue. Per sempre.


Traccia per la revisione di vita

- Al termine del lungo discorso di Pietro riportato dagli Atti, i discepoli si chiedono: «E ora che cosa dobbiamo fare, fratelli?». Facciamo nostra, come coppia e come famiglia, questa stessa domanda, lasciandoci interrogare dalla lettura approfondita del Salmo 23 e dell'Evangelo di Giovanni.

- Com'è la porta della nostra casa? Uno spazio aperto perché tutti possano entrare e ristorarsi, oppure un fossato invalicabile?

- Che cosa significa, per la nostra coppia e la nostra famiglia, «dare la vita»?

- Come curiamo, all'interno della nostra coppia e della nostra famiglia, la conoscenza reciproca? Si tratta di una conoscenza intima, personale, esperienziale, oppure nonostante tutto resta una conoscenza superficiale?


Luigi Ghia - Direttore di «Famiglia domani».