| Omelia (12-03-2023) |
| don Alberto Brignoli |
|
Cercando la Verità "Che cos'è la verità?". Per la stragrande maggioranza di noi, significa dire le cose come stanno. Fosse così semplice... Prima di tutto bisognerebbe sapere veramente "come stanno". Per poi rendersi conto che... non è una cosa poi così immediata, se è vero che nel Nuovo Testamento c'è bisogno di un intero vangelo, per arrivare a capirci qualcosa. "Che cos'è la verità?". L'ultimo colloquio personale di Gesù con un suo interlocutore che non fosse uno dei suoi discepoli, il vangelo di Giovanni lo fa terminare con questa domanda, rivolta da Pilato a Gesù. Il quale non risponde nulla. Non solo: da quel momento, non dirà più nulla pubblicamente alla gente, e le sue parole sulla Via Dolorosa e sul Calvario saranno solo per la Madre e per il discepolo amato. Il suo interloquire con l'umanità termina con una mancata risposta, con un silenzio, che però parla più di molte parole, perché quella verità a cui Pilato desiderava dare una risposta, un volto, un'identità, non possono trovare - come facciamo noi in maniera semplicistica - una risposta immediata. Hanno bisogno di un percorso, di un cammino personale, lungo, faticoso, fatto di interrogativi, di silenzi e di profonda riflessione. Come quella che avvenne nel primo dei colloqui sulla verità, quello notturno di Gesù con Nicodemo. Lì, il buio della notte aiutò Nicodemo a far risplendere la vera luce nel profondo della sua notte. Ma il secondo colloquio sulla verità non ebbe neppure la fortuna di avvenire nella notte, bensì in pieno giorno, sotto il sole, in mezzo all'arsura infernale del deserto di Sicar: e ad avere sete, questa volta, non fu il discepolo, ma il Maestro. Sete di acqua, certamente: ma anche sete di verità, sete di sapere la verità sulla vita di una persona, una donna, samaritana, forse anche molto avvenente (stando alla sua storia sentimentale), certamente intraprendente, se arrivando al pozzo da sola non ha alcun timore a fermarsi a parlare con un uomo, sconosciuto e per di più straniero. O meglio: un non-samaritano, uno cioè che la verità la conosce a modo suo, almeno in fatto di cose di fede. E in quel momento, era pure assetato, ossia in uno stato di necessità, e senza alcuna possibilità di attingere dal pozzo di Giacobbe. Quella donna - come molte altre volte nella sua vita, forse - aveva in pugno la situazione, aveva il coltello dalla parte del manico, aveva la possibilità, stando alle sue abitudini, di far crollare ai suoi piedi l'ennesimo uomo. Il quale, però, non crolla: non solo, ma a quanto pare, alla fine, neppure beve più dell'acqua del pozzo (il racconto non ce lo dice), perché si disseta con la verità che riesce a far scaturire dal cuore di quella donna. E per di più, facendo una cosa che forse nessuno mai aveva fatto con lei, la quale - certamente abituata a stare sulla bocca di tutti - alla domanda "Va' a chiamare tuo marito" si mette sulla difensiva e risponde di non avere un marito, perché è meglio che lo sconosciuto non sappia che l'attuale è solo un compagno, e non ancora un marito. Sposarsi, sarebbe l'ennesimo fallimento: e allora, perché dire a quest'uomo che tipo di donna è lei, o meglio, che gli altri pensano che sia? Verrebbe subito giudicata male, come fanno tutti. E infatti, il Maestro con lei fa una cosa che nessun altro ha fatto: non la giudica. Non le fa la morale per i suoi comportamenti; non la giudica per ciò che ha fatto della sua vita affettiva, perché a lui non importa di giudicarla (a dispetto di quanto noi, "compaesani" della samaritana, facciamo nei confronti di chi, nella vita, ha faticato ad amare e a lasciarsi amare), gli importa solamente di aprire il suo cuore alla verità, di farle fare un passo fondamentale verso l'incontro con la Verità, ovvero riconoscere ciò che lei è ed è stata fino ad allora: una donna assetata, e pure lei - come il Maestro - non di acqua naturale, ma dell'acqua dell'amore, di cui da una vita si sta abbeverando, ma della quale continua ad avere sete. Ora, però, ha la possibilità di bere un'acqua che zampilla per la vita eterna e che elimina per sempre la sete. Che sia arrivato il vero amore della sua vita, proprio questo, che sarebbe per lei il settimo, ovvero il numero della perfezione e del compimento? Sì, è proprio così: il settimo uomo della sua vita è lì che le parla, e sarà quello che le cambierà la vita, non perché le darà quell'amore che non aveva ancora trovato, ma perché l'amore che lui le metterà nel cuore è un amore che non troverà da nessun'altra parte. Perché è un amore altro: è un amore vero, è un amore per tutto ciò che è vero, è un amore per la verità. Una verità fatta di relazione vere: con se stessa, con gli altri e con Dio. Con se stessa, perché forse smetterà di mentire alla propria vita e inizierà a dire il vero su ciò che ha nel suo cuore tormentato. Con gli altri, perché finalmente, una buona volta, va nel villaggio e i suoi compaesani (invece di chiacchierarla) la ascoltano, le credono, e la seguono all'incontro con il Maestro. Con Dio, perché alla fine affronta con Gesù quello che secoli di storia antigiudaica dei samaritani non avevano mai voluto affrontare: ossia, qual è il vero Dio? Qual è la vera fede? Qual è il vero tempio? Qual è la vera religione? Manco a dirlo, quella di chi adorerà Dio Padre "in spirito e verità". Quella fede, cioè, che non si preoccupa di regole, istituzioni e tradizioni, ma che va alla ricerca dell'unica grande verità: "Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità". Sono cose che si scoprono stando nel deserto. Un deserto fatto di tentazioni. Un deserto che ci porta a stare soli, su un alto monte, in compagnia di Gesù. Un deserto fatto di arsura e di sete della sua parola. Un deserto che per noi, oggi, si chiama Quaresima. |