Omelia (12-02-2023)
don Alberto Brignoli
Si può dare di più!

Non sono mai stato un grande fan del Festival di Sanremo... men che meno ultimamente, quando per partecipare non è più necessario saper leggere e scrivere su un pentagramma con note, valori, pause e legature. È sufficiente saper parlare un po' più velocemente degli altri, affidare una parvenza di melodia agli algoritmi di un software che ti sistema tutto, anche la voce stonata; non serve neppure più saper scrivere e parlare correttamente in lingua italiana, perché ormai oggi la grammatica e la sintassi sono reperti archeologici conservati gelosamente da chi la testa la usa per creare cultura, mentre al Festival è meglio saper usare bene i piedi, sia per scendere dalla scalinata senza spezzarsi una caviglia, sia per distruggere le cose più belle che la natura sa produrre nella Riviera Ligure, in nome di quell'ecologia di cui tutti siamo paladini! Quantomeno, negli anni '60 un cantante (tra l'altro con un brano che vendette due milioni e mezzo di copie) fu eliminato dalla finale perché la sera prima si era ubriacato... oggi se fai l'imbecille in diretta - per non dire il teppista - ti senti al massimo dire "è una ragazzata"!
Del resto, stiamo parlando degli anni del Pleistocene... ed è proprio in quegli anni (io allora ne avevo 20) che una canzone degna di essere chiamata "canzone" - cantata da tre giovincelli che oggi sono allegri vecchiotti, ma che quando cantano sanno ancora farsi valere - vinse il Festival, anche grazie a un bel testo, il cui ritornello diceva "Si può dare di più, senza essere eroi". Per anni, divenne addirittura l'inno ufficiale della Nazionale di calcio dei cantanti. Oggi, uscendo dalle similitudini musicali e dai paragoni con il Festival (che grazie a Dio poco ha a che vedere con la fede), il titolo di questa canzone potrebbe rappresentare bene lo spirito di ciò che abbiamo ascoltato nel Vangelo. "Si può dare di più": ed è proprio così.
Nella nostra vita di credenti, come anche nella nostra dimensione umana di ogni giorno, si può dare di più, molto di più rispetto a ciò che una fede basata sul "minimo sindacale" ci chiede di fare. Il vero problema dell'insegnamento della fede ebraica al tempo di Gesù era dovuto a un'interpretazione letterale (e proprio per questo minimalista) della Legge di Mosè: in pratica, era sufficiente applicare alla lettera ciò che gli insegnamenti della Legge indicavano al popolo per fare la volontà di Dio (o forse dei capi del popolo) ed essere salvi. Ma lo spirito di una Legge che non si fermava a ciò che enunciava, nessuno lo voleva comprendere: era sufficiente fare "il minimo" indispensabile, possibilmente "alla lettera", senza personali interpretazioni, per essere un bravo ebreo praticante.
Ma la Legge stessa di Mosè era molto di più dei singoli insegnamenti che dispensava: era frutto di un'alleanza, di un patto di fiducia tra Dio e il suo popolo. Lo dice bene anche il libro del Siracide nella prima lettura: "Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai". I comandamenti della Legge di Mosè non potevano essere una pura esecuzione formale di ordini: si basavano sulla fiducia tra l'uomo e Dio. Perché se viene meno questa fiducia, tu potrai essere anche perfetto esecutore dei comandamenti della Legge, ma resterai servo, schiavo di un Dio che invece da te vuole di più: ti vuole Figlio. Ed è esattamente quel "di più" che Gesù è venuto a portare sulla base di un rapporto tutto particolare tra lui e il Dio delle promesse. Non siamo più schiavi, ma siamo figli di Dio. E ai suoi figli, Dio dà molto di più che ai suoi servi: ma, ovviamente, chiede anche molto di più. Vuoi, dunque, essere figlio amato da Dio, e non schiavo? Puoi e devi dare di più.
Non è sufficiente che tu dica "Non ho ucciso nessuno, sono a posto"; devi evitare di annientare l'altro con parole e giudizi che ammazzano più di qualsiasi arma.
Non è sufficiente che tu vada in chiesa e partecipi al Sacrificio Eucaristico, magari portando con te anche una bella offerta per la parrocchia: guarda, prima di tutto, di andare d'accordo con i tuoi cari, i tuoi amici, e anche con le persone che proprio non sopporti, altrimenti quella Comunione che fai a messa dice l'esatto contrario di quella comunione che tu sei incapace di fare con i tuoi simili.
Non è sufficiente dire "Amo mia moglie o mio marito perché non l'ho mai tradita o tradito e non le ho mai fatto mancare nulla": puoi darle o dargli molto di più, soprattutto in rispetto, condivisione, collaborazione e dialogo.
Non è sufficiente dire "Io non giuro mai, perché il vangelo dice che non bisogna giurare". Certo, è vero: giurare non serve a nulla, a meno che ci venga chiesto in un atto giudiziario o in una testimonianza in tribunale. Ma se non serve a nulla, è perché non ho bisogno di farlo; e se non ho bisogno di farlo, è perché so e posso fare di più, ovvero so essere sincero e vero in tutto ciò che faccio e dico, senza necessità di chiamare a testimoni la terra e il cielo.
Tutto questo ci vuol dire Gesù quando afferma: "Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli". Non lo dice per discreditare persone da tutti quanti ritenuti sante e irreprensibili, in quanto a osservanza della Legge: lo dice pensando all'ottica del Regno dei Cieli, quello nel quale entrano non i perfetti ma coloro che ne accettano la logica, il modo di pensare, il modo di vedere il proprio rapporto con Dio.
E non dimentichiamoci quanto e cosa ha detto finora Gesù, nel suo Discorso della Montagna, riguardo al Regno dei Cieli e ai suoi abitanti: è il luogo dei poveri in spirito; è il luogo di coloro che perseguono una giustizia divina basata sull'amore, e per questo sono perseguitati da una giustizia umana basata sulla logica delle armi e della violenza. Ma non per questo si fermano: sono convinti, infatti, che amare Dio non significa servirlo rispettando le due o tre regolette facili facili che i comandamenti ci insegnano: si può dare di più, molto di più!