Omelia (29-01-2023)
padre Gian Franco Scarpitta
La felicità a portata di mano

Il monte nella Bibbia è il luogo in cui avviene un incontro vocazionale con Dio (Mosè, Elia, Gedeone) e anche il luogo dal quale Dio parla istruendo gli uomini con i suoi preziosi insegnamenti. Anche in Gesù la montagna in tal senso non fa eccezione, soprattutto per la pedagogia divina che scaturisce da essa e che trova la sua espressione nelle Beatitudini, destinate a diventare un elemento caratterizzante dell'insegnamento di Gesù e in tempi odierni anche della nostra catechesi.
Gesù dal monte (dalla pianura alla base del monte secondo Luca) non declama una serie di insegnamenti di estrazione intellettuale o una lunga lista di moniti scaturiti da una volontà cinica e arbitraria; piuttosto, propone agli uomini un programma di vita ben determinato che scaturisce dalla sua personale esperienza di uomo fra gli uomini, che ha formato se stesso prima di immettersi nel ministero di annuncio, che ha vissuto la concretezza della lotta per la vita di tutti i giorni, vivendo sulla propria pelle i conflitti, le delusioni, i dolori, le ansie, i problemi, come pure esultando e sorridendo nei traguardi raggiunti, nelle vittorie e i tutti i successi conseguiti nella sua interazione con gli uomini. Ad eccezione del peccato, Gesù ha incarnato ogni qualità distintiva della vita umana, assumendone ogni aspetto e non sottraendosi a nulla che potesse essere parte della nostra esperienza. Per di più, iniziando il suo ministero a Cafarnao, in un territorio ostile della Galilea delle genti, ha fatto esperienza anche delle contrarietà e delle avversità che una missione può comportare. Per questo motivo con questo discorso delle Beatitudini Gesù ha tutte le carte in regola per essere attendibile, poiché si fa promotore di un progetto di vita che ha vissuto innanzitutto lui stesso in pima persona, del quale ha fatto esperienza diretta senza eccezione alcuna e del quale ha dato egli stesso l'esempio. Un progetto che, in ciascuna delle sue caratteristiche, comporta l'esercizio costante e sofferto di una virtù che richiede fiducia e perseveranza, ma alla quale occorre dedicarsi con fede e abnegazione. Essa conseguirà comunque, dopo le lotte e le pene, una ricompensa certa in questa e nell'altra vita. Tutte le beatitudini meritano in ogni caso un comune denominatore: la felicità (Makarios = felice, benedetto) che consiste nella gioia procurata dall'esercizio stesso di ogni virtù e nell'l'approvazione da parte di Dio.
La prima Beatitudine che viene proclamata è la povertà di spirito, che a detta di Romano Penna è alla base di tutte le altre caratteristiche evangeliche, poiché il povero di spirito è anche mite, pacificatore, misericordioso ecc. Essere povero comporta uno stato non necessariamente di indigenza, ma di distacco dai materiali procacciati oltremisura, la distanza dal guadagno finalizzato a se stesso, dalla schiavitù del possesso e dei beni materiali. Il "povero in spirito" è colui che, a prescindere dalle proprie risorse, fugge la vanità, il vizio, il lusso sfrenato e il potere economico, guardandosi dal riporre la sua sicurezza nel denaro o nei valori terreni. Povero è chi non è attirato dal denaro se non per una vita sufficientemente dignitosa e soprattutto chi non trova ostacolo alcuno nel compartire le sue risorse con chi manca del necessario. La povertà in spirito è infatti radice di carità e di condivisione, perché essere distaccati dal denaro comporta saperne fare tesoro anche ad altri che soffrono penuria e indigenza.
Sofonia (I Lettura) annuncia un giorno funesto nel quale Dio castigherà tutti i popoli, ad eccezione degli umili e dei "poveri". In questo profeta la povertà è quindi associata all'umiltà, soprattutto perché ambedue le virtù conseguono che la persona possa affidarsi a Dio con maggiore fiducia e disinvoltura. In lui, come in tutto l'Antico Testamento i poveri sono i privilegiati di Dio, che sostiene la loro condizione ed esalta la loro virtuosità, fondata sulla pazienza, sull'umiltà e sulla fede provata. La povertà intesa come miseria rimane tuttavia sempre un gravame dal quale liberarsi; la povertà di spirito costituisce invece un obiettivo da raggiungere. Essa comporta la pertinacia di tante lotte e avversioni ideologiche, specialmente in tempi odierni, ma secondo la promessa del Signore consegue "il Regno dei Cieli", quindi tutto ciò che è richiesto per essere approvati da Dio e conseguire i veri benefici in questa e nell'altra vita.
Le beatitudini sono di fatto una lezione di felicità; questa fondamentalmente ha la sua dimora in noi stessi, nella capacità di individuare le cose di cui si può fare a meno piuttosto che quelle da cui siamo solitamente attratti. Quindi consiste nel dare, più che nel ricevere. Nella semplicità di vita si evitando inutili ansie e distrazioni, nella modestia si è in grado di godere delle proprie benedizioni perché vane ambizioni non ci distrarranno. Essere felici consiste nella nostra volontà di vedere persone e cose con aspettative differenti, ad esempio con più ottimismo nella mitezza e nella pazienza affrontando le avversità senza lasciarci sconvolgere dagli eventi. Oppure nel trattare gli altri con misericordia, ossia con comprensione nei loro errori, con compassione e apertura di cuore che ci porti a ricontrare il lato positivo degli altri, molto più esaltante che la critica delle negatività. La felicità è la condizione di gioia e il benessere che ci vien data non già dall'assenza di problemi, ma nella saggezza del saperli affrontare.
Tutto questo è sintesi dell'intero Vangelo, il cui compendio sono appunto le Beatitudini