| Omelia (29-01-2023) |
| fr. Massimo Rossi |
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Commento su Matteo 5,1-12 Le beatitudini costituiscono senza dubbio il cuore del messaggio di Gesù. Ma sono anche inquietanti, e per questo è facile interpretarle in modo accomodante. Occorre lasciare che il testo ci parli così com'è. Gesù sale - si fa per dire - sulla montagna e pronuncia il suo discorso, circondato dai Dodici e dalla folla: sono venuti da ogni dove, persino dalla Decapoli e da oltre il Giordano, ove abitavano i Gentili, i pagani. L'insegnamento è rivolto a tutti, apostoli, Israeliti e stranieri... Certo, le Beatitudini rimandano a Gesù. Dunque è necessario intuire il significato che Egli vi attribuiva: le Beatitudini sono una proclamazione messianica, l'annuncio che il Regno di Dio è finalmente arrivato. I profeti avevano descritto il tempo del Messia come il tempo del riscatto dei poveri, degli affamati, dei perseguitati, di tutto coloro che non contano nulla. Gesù dichiara che questo tempo è arrivato. Se per i profeti le beatitudini esprimevano la speranza nel futuro, per Gesù esse si possono finalmente coniugare al presente: oggi i poveri sono beati. Per Gesù le beatitudini si fondono in una: la gioia del Regno è giunta a noi. Ed è nella prospettiva del Regno che si capovolgono i valori e trova una sua giustificazione la paradossalità della sue affermazioni. C'è dell'altro: Gesù proclama la pienezza del tempo, come canta san Paolo scrivendo ai Galati (4,4); e questa pienezza è per tutti: di fronte all'Amore di Dio non c'è vicino o lontano, uomo o donna, circonciso o incirconciso; nessuno è emarginato per principio dalla morale delle Beatitudini; al contrario, coloro che noi avevamo emarginato, sono diventati i primi destinatari del Regno. Le Beatitudini sono oggetto della predicazione di Gesù, il quale ne può a ragione parlare, in quanto le ha vissute, Lui per primo, una per una. Ecco perché il (primo) discorso del Maestro di Nazareth è preceduto dalla descrizione della sua vita pubblica, del suo ministero: lo circondavano infermi d'ogni genere, sofferenti nel corpo e nello spirito, epilettici,... Gesù va a cercare i poveri per manifestare loro il suo amore incondizionato. Lui stesso ne abbraccia la condizione, non disdegna la sofferenza, la fame, la persecuzione da parte dei rappresentanti dei due poteri forti, quello politico e quello religioso. La storia della salvezza si edifica grazie a loro, ai poveri, e ai crocifissi appesi ai patiboli lungo i crocicchi delle strade. Come certamente sapete, anche san Luca, nel suo Vangelo inserisce il racconto delle Beatitudini; Matteo precisa: beati i poveri in spirito e gli affamati di giustizia. Il discorso va interpretato in senso spirituale, il quale, badate bene, non è meno reale e concreto!...lo stesso va detto per i mansueti, i misericordiosi, i puri di cuore e i pacificatori. La povertà di spirito non coincide con la chiusura della propria interiorità alle voci del mondo, quella forma di distacco emotivo e non solo che contrasta così tanto con la carità cristiana. Al contrario, è un atteggiamento concreto, il cui contenuto è indicato con chiarezza dalle beatitudini successive: quella dei costruttori di pace, dei misericordiosi, dei perseguitati,... Letta in questo senso, la povertà di spirito incarna lo stato d'animo di chi lotta per la giustizia e per la pace, di chi sopporta le persecuzioni, di chi ama anche quando non è riamato, o, addirittura è offeso, emarginato, violentato,... Restando ancora sui poveri in spirito, il discepolo del Signore è così, ama tutti, ma predilige coloro che sono così come lui. Ora, poveri in spirito non si nasce, ma si diventa grazie alla fede; la beatitudine non è solo un invito ad amare, ma un consiglio e più di un consiglio a farsi poveri in spirito; a riporre fiducia totale e incondizionata solo in Cristo, a vivere di fede e basta. La fede rende liberi da tutto e da tutti, per amare tutti e tutto, senza pregiudizi, vincendo la tentazione di sentirsi obbligati a rispondere alle aspettative altrui, familiari e non. Il binomi afflitti e beati, suona quantomeno singolare, una vera e propria contraddizione in termini; come si fa a essere tristi e beati al tempo stesso? forse la beatitudine non coincide con l'allegria, forse. Il discepolo fa suoi i problemi del Regno ed è solidale nel patirli insieme con i fratelli. Il discepolo soffre perché la Chiesa non è come dovrebbe essere, cioè segno della presenza di Dio. Il discepolo soffre per i peccati suoi e altrui, consapevole che il peccato (personale), anche segreto, arreca un danno a tutta la Chiesa, lieve o grave che sia. I mansueti assomigliano a Cristo: sono coraggiosi, si compromettono, suscitano problemi, certo, ma non ricorrono mai alla violenza, perché la loro difesa è in Dio, la loro fiducia nella giustizia Gli affamati della giustizia non aspettano solo che (la giustizia) si realizzi; fanno tutto il possibile per costruirla, per rafforzarla; mai imponendosi, tuttavia, con prepotenza. I misericordiosi sposano la causa di Dio: i profeti dichiaravano che Dio perdona sempre, perché è Dio, non un uomo. Allo stesso modo, il cristiano sa di essere nel mondo come segno della misericordia di Dio. Non la tiene per sé, ma la dona volentieri al prossimo. La purezza di cuore è la sincerità assoluta di colui che pensa e agisce allo stesso modo, senza ipocrisia, né doppiezza. Danno senza riserve, non hanno idoli, men che meno denaro e beni materiali sui quali contare. Aspetti che denotano purezza di cuore sono: sguardo luminoso, ottimismo ostinato, visione del mondo sostanzialmente positiva, inguaribile buonafede (in tutti). Gli operatori di pace non hanno nulla a che vedere con i cultori dell'"amor del quieto vivere". Sull'esempio di Gesù, non esitano, quando necessario, a pronunciare una parola che divide; non temono l'impopolarità e la solitudine. Disposti a perdere la pace e la tranquillità, a rischiare financo la vita; la persecuzione non viene evitata... anche se mai ricercata. "Rallegratevi ed esultate", conclude Gesù: sarebbe un peccato, anzi, lo è, abbandonare tutto per guadagnare il Regno dei cieli ed essere al tempo stesso tristi, scontrosi, amareggiati, pessimisti, delusi,... Molti cristiani sono così. Spesso si confonde la serietà della missione apostolica con la durezza del tratto, il muso lungo, la critica facile (sindrome da maestrina)... Gli inquisitori, gli stigmatizzatori dei costumi hanno fatto il loro tempo. Noi non siamo così, vero? |