Omelia (11-12-2005)
LaParrocchia.it
Io gioisco pienamente nel Signore…

Siamo a metà del cammino penitenziale dell'Avvento e questa domenica viene chiamata "Gaudete" sia dalla prima parola dell'antifona iniziale che dal tema della prima e seconda lettura, cioè la gioia. Nel vangelo l'evangelista Giovanni ci presenta Giovanni il Battista, personaggio che abbiamo incontrato domenica scorsa e quindi non ci soffermeremo più su di lui.

Cosa invece da approfondire è il tema della gioia.
Ha un sapore così strano questa parola per molti cristiani praticanti perché - guardiamoci un po' intorno - non tutti i nostri volti sprizzano di gioia. Eppure dovremmo essere gli uomini della gioia e del sorriso.
Un tempo questa terza domenica doveva dare ai fedeli un po' di respiro dalle rinunce e penitenze che venivano praticate in Avvento. Oggi, diciamolo chiaramente, l'Avvento non si sente proprio come tempo penitenziale perché prevale il desiderio dell'attesa: non si tratta quindi di dare sollievo ai fedeli gravati da chissà quali penitenze e l'atmosfera festaiola dei negozi, della televisione, degli addobbi e dei regali lo conferma fin troppo, ma di dare all'attesa il colore della gioia, anziché quello della mestizia. La sobrietà e la serietà che la Chiesa ci propone in questo periodo non devono diventare tristezza.

La liturgia della Parola e i testi delle preghiere di oggi traboccano di parole come gioia, letizia, esultanza... Al centro di tutto questo c'è la certezza della presenza del Signore nella e con la vita del fedele. Ancora di più per San Paolo essere sempre lieti è volontà di Dio.
Certo, non esiste il dovere di essere felici: casomai è una certa mentalità mondana che spinge le persone a mostrarsi sempre "su di giri" e a nascondere tristezze e dispiaceri. Per il cristiano, però, la gioia interiore è segno della presenza dello Spirito Santo, anche in mezzo a sofferenze, prove, dolori.

La vera fonte della gioia per noi che crediamo è l'Eucaristia perché in essa siamo associati alla vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. Non si tratta di una eccitazione superficiale e chiassosa, come quando vince la nostra squadra del cuore, i motivi di questa gioia sono più profondi, non immediatamente fruibili; è necessario interiorizzare la fede e la speranza della Chiesa per poter gioire con essa. La gioia del cristiano non è apparente ma profonda e motivata dalla continua e costante certezza di sentirsi amati da chi ha dato la vita per noi, per questo il nostro sorriso non sarà una farsa ma autentico e convinto.