| Omelia (17-03-2002) |
| don Fulvio Bertellini |
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V Domenica di Quaresima A Malattia e morte Anche gli amici di Gesù devono confrontarsi con la malattia, con la sofferenza e con la morte. Realtà scomode, che suscitavano molte domande nei destinatari del Vangelo di Giovanni. Realtà scomode anche per noi. Preferiamo non parlarne, rifugiarci in formule di comodo: "Tanto alla fine risorgeremo"; "E' andato in cielo"; "Ha finito di soffrire"; "meno male che non si è accorto di nulla". Il nostro disorientamento di fronte alla morte, e il tentativo di occultarla, è tradito da numerosi segnali nei riti funebri: la professionalizzazione, con l'impresa funebre che si occupa tendenzialmente di tutto, il concentrarsi sugli oggetti, sui riti esterni (bara, fiori, tomba, cremazione...), la gestione sciatta, puramente meccanica, dei cimiteri... anche se non tutto il quadro è completamente negativo: di fronte alla morte si è ancora capaci di pietà, solidarietà, di raccoglimento e di silenzio. Ma spesso mancano le parole da dire. E qui la Parola di Gesù ci viene incontro e ci prende per mano. Per la gloria di Dio La prima parola che Gesù pronuncia, apprendendo la notizia della malattia di Lazzaro è provocatoria e paradossale: "Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché venga glorificato il Figlio dell'uomo attraverso di essa". Come è possibile che attraverso la malattia si possa arrivare a rendere gloria a Dio? Perché è necessario passare attraverso la sofferenza? Il nostro spirito si ribella a questa idea; e in fondo la nostra ribellione è molto vicina alle parole di Marta e Maria: "Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!". Il brano dà voce al nostro sconcerto, alle nostre rimostranze; e Gesù non condanna la protesta accorata delle due sorelle; però la sua prima parola ci assicura che anche nella malattia e nella morte si può individuare una via che porta a Dio, una sconcertante, paradossale occasione di grazia. Dobbiamo dirlo con molta cautela, perché è facile in questo campo farsi un'idea sbagliata di Dio; e il seguito del brano ci mostra proprio in che modo si passa dalla disperazione per la morte ad una fede più consapevole. La protesta La prima fase è quella della protesta: Marta e Maria si lamentano con Gesù per la sua assenza. Tutti forse abbiamo fatto questo pensiero: "Dove sei Signore? Perché sei rimasto lontano?". Ma non sempre questo pensiero diventa preghiera: temiamo di cadere nel peccato di ribellione, pensiamo che sia più giusto rassegnarsi, che la fede consista unicamente nell'accettare la "volontà di Dio". Ma la morte non può essere volontà di Dio: e per questo occorre passare attraverso la preghiera di protesta. Essa è vera preghiera, ed è il primo gradino di una fede più salda. Gesù non vuole persone rassegnate, ma persone credenti.. L'incontro La protesta di Marta apre la via ad una conoscenza sempre più profonda di Gesù. Non è sufficiente credere in una risurrezione futura: Marta scopre che Gesù è già la vita e la risurrezione. Credere significa affidarsi alla sua persona, appoggiarsi a lui, e non solo, genericamente, pensare ad una futura risurrezione dai morti. Questa fede comincia nel presente, nell'oggi, e fa scoprire nell'oggi la realtà di una vita nuova. "Io sono la risurrezione e la vita": la vita eterna non è un'aspettativa dell'aldilà, ma qualcosa che è presente nell'oggi, a portata di mano. Anche noi siamo invitati a fare lo stesso passaggio, dalla protesta alla fede. Il contatto con la sofferenza e con la morte fa cadere le nostre maschere, le nostre illusioni, le apparenze di cui rivestiamo la nostra vita, e fa scoprire che cosa veramente è solido e importante. La commozione e la condivisione Il pianto di Gesù alla tomba rivela che Dio non sta dalla parte della morte. Sta dalla nostra parte, è solidale con noi, anche se non elimina con un colpo di bacchetta magica la sofferenza e la morte. Lazzaro viene risuscitato, ma questo resta solo un segno: anche lui dovrà poi passare attraverso la morte, e Gesù stesso si prepara a morire a Gerusalemme, rifiutato da tutti, anche dai discepoli più intimi. Lo sfondo della Passione è messo bene in evidenza dal dialogo iniziale, quando i discepoli esitano a tornare in Giudea, perché è in pericolo la vita stessa di Gesù. Tommaso dà una svolta all'incertezza: "Andiamo anche noi a morire con lui". Dovremmo essere in grado di fare nostra questa frase. Gesù vince la morte, accettando di passare attraverso la sofferenza e la Passione, condividendo fino in fondo la nostra fragilità. Per cui anche noi vinciamo la morte, se siamo in grado di "morire con lui". Morire con Gesù Ciò significa innanzitutto far morire il peccato nella nostra vita; far morire il nostro egoismo; vivere nell'orizzonte di vita nuova che Gesù ci propone. Significa far morire le nostre paure, lasciarci liberare dalle nostre incertezze. Significa vivere già da ora nell'ottica della risurrezione, e quindi non aver timore della morte. Significa, quando ci troviamo di fronte alla morte, avvicinare con dolcezza e rispetto le persone che soffrono. Non pretendere di dare una risposta a tutto, saper parlare e saper stare in silenzio. Non tutto dipende da noi: solo l'incontro con Cristo può veramente consolare. Flash sulla I lettura La risurrezione di cui parla il profeta ha un senso terreno e politico: si tratta infatti del ritorno dall'esilio, di una nuova esistenza del popolo nella terra di Israele. Sotto questo profilo, l'annuncio del profeta si realizzò solo in parte: il popolo venne di nuovo ad abitare nella Terra Promessa, ma senza mai riacquistare una vera indipendenza e una vera unità, tra discordie, divisioni interne, feroci lotte di potere. La profezia dunque resta viva, in attesa di un compimento definitivo, che non riguarda solo il suo significato collettivo. Il fascino delle parole di Ezechiele risiede nella potente immagine poetica dei sepolcri che si aprono e dei morti che riacquistano spirito di vita; forse al di là delle intenzioni stesse del profeta, il brano pone una domanda cruciale: fino a che punto Dio è più forte della morte? C'è speranza solo perché la vita del popolo, come collettività, continua, o ci si può aspettare qualcosa di più? A questa domanda, solo il Vangelo può rispondere. Flash sulla II lettura "Quelli che vivono secondo la carne, non possono piacere a Dio": per "carne" qui si intende la debolezza, la fragilità umana, incline al peccato, all'isolamento da Dio e dagli altri (nella Traduzione interconfessionale, il termine è reso con "egoismo"). Il cristiano vive in una situazione completamente diversa: "Voi non siete nella carne, ma nello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi". Come battezzati siamo abitati dallo Spirito, non più dominati dal peccato, anche se siamo continuamente tentati di ignorare e dimenticare la situazione nuova determinata dal nostro battesimo. Ci lamentiamo delle nostre debolezze, e non vediamo la forza di Dio. Ci maceriamo nei nostri difetti, nelle nostre difficoltà, e non seguiamo ciò che lo Spirito suggerisce al nostro cuore. Ci lasciamo dominare dalle nostre paure, e non seguiamo le ispirazioni buone, che ci invitano ad esprimere, a manifestare quella vita nuova che ci è stata donata. Troppo difficile? Non solo: finché crediamo che tutto dipenda da noi, è sicuramente impossibile. Ma bisognerebbe sperimentare, anche solo una volta, che cosa accade quando ci si lascia veramente guidare dallo Spirito... |