Omelia (25-09-2005)
don Fulvio Bertellini
Sullo stesso binario

Svelare l'inganno

Che ve ne pare? In questa domenica Gesù rivolge la stessa domanda, e racconta di nuovo la parabola del padre e dei due figli. E di nuovo interroga: Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Lo scopo è lo stesso di allora: fare aprire gli occhi, al di là delle apparenze. Dietro ogni modo di pensare troppo stabilizzato e approvato può nascondersi un inganno. E a dire il vero, non è detto neppure che il modo di pensare, o di parlare, sia la cosa più importante. Oggi come al tempo di Gesù tutti tendono a trascurare la cosa più importante...

A chi si rivolge Gesù

Destinatari della parabola sono i farisei e gli anziani. Sullo sfondo, la questione dell'identità di Gesù: chi è, e con quale autorità agisce. Gli anziani sono i depositari del potere e della verità, e si ritengono in diritto di interrogare Gesù e metterlo alla prova. Con la parabola Gesù rovescia la situazione, e li mette alla prova, insieme al loro potere, e alla loro pretesa di essere del giusto. Destinatari dunque della parabola sono tutti coloro che hanno un potere, una posizione, che si ritengono nel giusto e si ritengono in diritto di accampare pretese e di far domande. Trasportato ai nostri giorni, il quadro si fa complesso. Chi oggi non si ritiene nel giusto? E chi non ha un qualche diritto da far valere? Noi immagineremmo volentieri i potenti davanti a Gesù: vescovi, cardinali, politici, banchieri, finanzieri, proprietari di giornali e televisioni... e vedremmo bene Gesù che smaschera le loro contraddizioni e le loro incoerenze. Meno volentieri però dovremmo constatare che ognuno di noi, nel suo piccolo, ha il suo potere, le sue pretese, la sua convinzione di essere nel giusto. Anche a noi Gesù si rivolge: che te ne pare?

La parabola

La parabola sembra estremamente semplice e schematica, giocata nel confronto tra il dire e il fare. Il primo figlio dice e non fa. Il secondo non dice, ma fa: è lui che compie la volontà del padre. Istintivamente noi siamo portati ad applicare che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare, e che l'importante è agire, fare il bene, compiere la volontà di Dio anche se non vai in chiesa. Forse per qualcuno questa interpretazione può funzionare; e al contrario, per tutti quei buoni cristiani (anche preti, e mi ci metto dentro anch'io) troppo svelti con la lingua e un po' lenti con le mani e con i piedi. Forse però è un'interpretazione troppo facile, stereotipata, troppo consacrata dall'uso: Gesù ci insegna a diffidare delle apparenze.

Non una vigna qualunque

Qualche sfumatura rende un po' più movimentata la situazione: innanzitutto si tratta del rapporto padre-figlio. Non si tratta di un fare generico, ma della volontà del padre. Il figlio che la compie si realizza come tale; chi non la compie, rischia di perdere la figliolanza. Anche le parole hanno un loro peso: non viene pronunciata una parola qualunque, ma una parola di accettazione o di rifiuto. Dire di no al padre significa rompere la relazione con lui, e non è un atto indifferente. Tanto che il secondo figlio deve prima "pentirsi", per andare a lavorare. Deve cioè cambiare mentalità, e rimangiarsi quella parola cattiva che gli è sfuggita dalle labbra. "Lavorare nella vigna" infine è un'altra espressione che ha vaste risonanze nel Vangelo di Matteo. La vigna è Israele, la vigna è il Regno di Dio, la vigna - lo si scopre all'ultimo capitolo - sono tutte le nazioni, destinate ad essere evangelizzate.

L'applicazione della parabola

La relazione pienamente soddisfacente con il Padre sarebbe la piena concordanza tra l'accettazione e l'azione. Sullo sfondo del Vangelo, intuiamo che solo Gesù ha potuto realizzarla pienamente.
L'accettazione a parole è importante, ma non è sufficiente, rischia di essere illusoria. Veramente decisiva è l'azione: il compiere la sua volontà. Ma che significa concretamente compiere la volontà del Padre? L'applicazione che Gesù stesso fa della parabola è sorprendente: si tratta di "credere a Giovanni Battista". I pubblicani e le prostitute li precedono nel regno dei cieli perché hanno creduto; i capi rischiano di restarne fuori perché neppure in seguito si sono pentiti. Ed è chiaro che attraverso l'esempio del credere al Battista, si adombra un altro evento, ancora più decisivo, un'altra alternativa: credere o non credere in Gesù. Il che concorda con l'altro detto del Vangelo di Giovanni: "questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato".

La volontà di Dio

Gesù in effetti non poteva rimproverare ai capi del popolo di non fare opere buone: possiamo immaginarli mentre compiono opere buone, non solo rispettando tutti i precetti della Legge, ma anche con elemosine, elargizioni ai poveri, atti di giustizia. Una sola cosa manca - quella fondamentale: riconoscere i segni della presenza di Dio, prima Giovanni Battista, poi Gesù. Scopriamo così che la manifestazione concreta della volontà di Dio non coincide mai con ciò che ci aspettiamo e che noi abbiamo già prestabilito come il nostro bene, ed ha sempre a che fare con la fede, una fede che prende tutta la persona e si concretizza in una piccola, semplice, ma difficilissima impresa. L'importante non è dunque soltanto fare il bene, ma fare quel bene che Dio vuole da noi, in cui noi lo accettiamo come Padre, e in cui diventiamo discepoli di Cristo.