| Omelia (17-03-2002) |
| Totustuus |
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Quinta Domenica di Quaresima - Ciclo A Nesso tra le letture La vittoria della vita sulla morte è al centro della nostra attenzione in questa ultima domenica di quaresima. È una vittoria che si realizzareà solo nel mistero pasquale di Cristo (passione, morte e resurrezione), ma in questa liturgia si prefigura già nella visione del profeta Ezechiele (i morti che tornano all vita, prima lettura) e, soprattutto, nella resurrezione di Lazzaro (vangelo), l'amico di Gesù. Il tema di fondo è di grande interesse: la morte è ed è sempre stata un enigma insolvibile per il genere umano. Possiamo dire che dopo i vangeli quaresimali della samaritana e del cieco dalla nascita, questo ultimo brano su Lazzaro promuove la speranza dell'uomo peccatore ad un'altezza inimmaginabile. Benché l'uomo sia morto a causa dei suoi peccati e delle sue colpe, è assai più grande il potere del Signore che lo salverà. Messaggio dottrinale 1 - La Resurrezione di Lazzaro e la passione di Gesù. La liturgia di questo giorno ci predispone a vivere la passione del Signore nostro Gesù Cristo. Gesù appare nel vangelo della resurrezione di Lazzaro come colui che ha potere sulla morte. Egli è veramente la resurrezione e la vita, e lo dimostra con le sue opere. Si realizzano così le parole dello stesso Giovanni in un altro brano del suo vangelo: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). Il Signore è il Dio della vita e non si compiace della morte dei viventi. Quello che risulta impossibile all'uomo, come dare vita ad un corpo ormai inerte, resuscitare un morto, è possibile a Dio, per il quale niente è impossibile. La resurrezione di Lazzaro è l'ultimo miracolo che Gesù compie prima della sua Passione. È la conclusione di tutti i "segni" che Giovanni colloca in una sorta di "crescendo". Affinché l'uomo possa avere la vita, affinché sia sconfitto l'"ultimo nemico, la morte" (cfr 1 Cor 15,26), è necessario che il Cristo offra la sua vita, soffra la sua passione, muoia e resusciti. Sembra che Gesù, incamminandosi con decisione verso Gerusalemme per compiere la sua missione, voglia affrontare in anticipo la morte qui in Betania, e annunciare la sua vittoria definitiva. Cristo ci offre, già qui, un segno e una prova della resurrezione dell'ultimo giorno, restituendo la vita a Lazzaro. Annuncia così la sua stessa resurrezione che, tuttavia, sarà di ben altro ordine. 2 - L'amore di Gesù. Nella scena di Betania, la nostra attenzione è efficacemente richiamata dalla frequenza con cui l'evangelista mostra la commozione di Gesù. Gli annunciano, con poche e delicate parole, che "il tuo amico è malato". Sappiamo che Gesù era un caro amico di Lazzaro e delle sue sorelle. Vedendo piangere Maria e coloro che la accompagnavano Gesù resta turbato, si commuove. Poi Gesù, arrivando presso il sepolcro, pianse davanti alla tomba dell'amico, mostrando pupblicamente il suo dolore. Si rivela così, semplicemente, l'infinita compassione del Signore, la sua profonda sensibilità, la sua grande umanità. Egli è vero Dio e vero uomo che condivide in modo solidale la sorte dei mortali. Egli è il buon samaritano che si muove a compassione vedendo la disgrazia del passante, Egli è il buon pastore che dà la vita per le sue pecore. Dio e uomo, perfetto nella sua umanità e perfetto nella sua divinità. In lui comprendiamo che Dio è amore. È vero che il brano della resurrezione di Lazzaro è un compendio della Cristologia, un evento fondamentale della rivelazione di Gesù. Ecce homo: c'è qui l'uomo perfetto nella sua umanità. Ecce Deus: c'è qui Dio, il Signore della vita e della storia. 3 - Credere in Gesù è già vincere la morte. Il passo della resurrezione di Lazzaro non ci mostra solo il potere di Cristo sulla morte, in più, ci fa rilevare che il credente è unito a Gesù in modo tale che neanche la morte lo potrà separare. In altre parole, il credente non morrà per sempre. Questo insegnamento si manifesta nella conversazione tra Marta e Gesù. Il risultato della fede, secondo questo dialogo, è il possesso della vita eterna: "chi che crede in me non morrà in eterno". Un possesso che ha inizio già nel momento presente. Non è necessario aspettare l'"ultimo giorno" per possedere già la vita eterna. San Tommaso commenta: "la fede è una virtù propria dello spirito con la quale comincia in noi la vita eterna" (S.Th II-II c.14,1c). "Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l'uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini delle miserie terrene", (cfr Gaudium et spes 18). Suggerimenti Pastorali 1. Il tuo amico è malato. Ciò che più consola la persona umana è il sentirsi amata, sentirsi eternamente amata, e per questo motivo, è necessario che l'uomo volga il suo sguardo a Cristo, rivelatore dell'amore del Padre. Il passar del tempo continua a lasciare le proprie tracce nella vita dell'uomo, nel suo spirito e nel suo corpo: all'infanzia sussegue la gioventù, e a questa l'età matura e la vecchiaia. Il nostro corpo soffre il deterioramento causato dal tempo. La sensazione di incamminarsi verso l'imbrunire della vita è presente nella vita dell'uomo. È necessario, pertanto, ritornare a queste parole del vangelo: "il tuo amico è malato". In mezzo alla malattia e al dolore e all'ineluttabilità della morte, c'è "Qualcuno" che mi ama davvero di un amore infinito. La persona che attraversa la prova della malattia può sentire la sicurezza che Cristo la ama e l'accompagna in questo delicato passaggio della sua vita. José María Rilke ha saputo esrimerlo in poesia: "Cadono le foglie Cadono come da lontano Cadono come se appassissero lontani giardini nei cieli. Cadono con gesti che sembra che neghino tutto... Tutti noi cadiamo... E tuttavia, c'è qualcuno che - con cura infinita - sostiene questo cadere nelle proprie mani". Nelle nostre parrocchie ci sono molti malati che hanno bisogno dell'amore di Dio. Rinnoviamo il nostro spirito autenticamente cristiano per andar loro incontro. Non possiamo rimanere indifferenti davanti ad essi. Promuoviamo tra i nostri fedeli una nuova sensibilità per chi soffre, per l'anziano abbandonato, per il malato che non può guarire, ma che può essere "accudito", cioè godere della nostra attenzione e del nostro amore. Essi, i malati, sono "altri Cristo", sono "gli amici del Signore" che aspettano la nostra visita. 2. Il Maestro è qui e ti chiama. Dio chiama l'uomo ad un'alta vocazione: condividere la vita divina. Questa vocazione si realizza in ognuno di noi in modo particolare. Perciò, non dobbiamo stancarci di gettare le nostre reti per pescare. Il Signore invita gli uomini alla sua amicizia: alcuni li chiamerà alla consacrazione totale nel sacerdozio o nella vita religiosa, altri li chiamerà all'incredibile vocazione familiare, altri li chiamerà ad una vocazione di totale servizio degli altri, ma tutti sono invitati a condividere il suo amore. Dobbiamo essere noi gli annunciatori della chiamata di Dio, facendo tutto quanto sia in nostro potere per promuovere la nascita della vocazione divina, specialmente quella religiosa, per le necessità del nostro tempo. Non ci spaventi l'apparente indifferenza di chi circonda. Il mondo continua ad avere bisogno di Dio e di annunciatori del suo amore. È molto interessante quel dialogo del Curato di Ars col Signore: "Signore, perché mi inviasti al mondo? Per salvarti, rispose il Signore. E, perché vuoi che mi salvi? Perché ti amo". Qui sta il segreto di ogni vocazione: "perché ti amo". |