| Omelia (10-04-2005) |
| Agenzia SIR |
|
Quasi in coincidenza cronologica con i giorni che seguirono la risurrezione di Gesù, la Chiesa nella sua liturgia ci propone alcuni testi che riguardano la situazione dei discepoli, incerti e smarriti, poco sicuri di aver vissuto i giorni più tragici e gloriosi della storia. Ci vengono presentati in questa domenica due discepoli che, partiti da Gerusalemme, stanno andando verso Emmaus. CONVERSAVANO E DISCUTEVANO. I due discepoli, di cui si parla, in cammino discutono degli avvenimenti ch'erano accaduti a Gerusalemme. Ciò che era accaduto a Gesù di Nazaret, considerato un profeta. Ma i sacerdoti e i capi lo avevano consegnato per farlo condannare a morte e poi crocifiggerlo. I discepoli avevano anche sentito le notizie di alcune donne che, andate al sepolcro, non l'avrebbero più ritrovato. Tuttavia era difficile credere a queste parole. Dubbio e incertezza sono alla base della loro discussione. Siamo un po' nella situazione del "primo" Tommaso, anche lui aveva dubitato. Questo ci indica chiaramente che anche la fede ha bisogno di una ricerca. Pur essendo un dono che ci viene concesso, la fede ha bisogno di ragioni che la sostengano e la difendano. Come non ricordare le parole di Pietro: "Siate sempre pronti a rendere ragione a chiunque della fede che è in voi". È necessaria una fede adulta e convinta. GESÙ CAMMINAVA CON LORO. Ad un certo punto del cammino, si accompagna ai due discepoli uno sconosciuto. O, almeno, non lo riconoscono: Gesù in persona ascolta i loro dubbi e poi interviene esclamando: "Stolti e tardi di cuore a credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella gloria?". E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture, ciò che si riferiva a lui. La via della fede è dunque la parola dei profeti, ossia la parola rivelata la Dio. Abbiamo bisogno della ragione, ma non solo. Le verità che riguardano la fede, ci sono direttamente rivelate da Dio attraverso le persone scelte da lui. Prima i profeti, poi direttamente il Figlio di Dio e coloro che lui ha mandato nel mondo, i suoi apostoli. Oggi la Chiesa nel mondo continua questa missione, attraverso Pietro e il suo Vicario, gli apostoli e i vescovi loro successori. Come uomini possono anche sbagliare, ma non in ciò che insegnano, in quanto garantiti dallo Spirito Santo. LO RICONOBBERO. Quando venne il momento di fermarsi ad una locanda, poiché si avvicinava la sera, i due discepoli invitarono lo sconosciuto a fermarsi con loro. Il che avvenne. E fu lui al tavolo a prendere il pane "disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro". A quel momento ai due discepoli "si aprirono gli occhi e lo riconobbero". Per loro era quasi una rivelazione. Evidentemente conoscevano quel gesto, che Gesù stesso aveva compiuto altre volte, sino al momento solenne dell'Ultima Cena: È la consacrazione del pane eucaristico, che si rinnova per noi sull'altare. È il momento più importante per la vita di ogni cristiano che riconosce, nell'Eucaristia, il rinnovarsi del sacrificio della croce e dell'Ultima cena. Scrive Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Mane nobiscum Domine: "Questo aspetto (spezzare il pane e bere al calice), bene esprime il rapporto di comunione che Dio vuol stabilire con noi e che noi stessi dobbiamo sviluppare vicendevolmente. Non si può tuttavia dimenticare che il convito eucaristico ha anche un senso profondamente sacrificale. In esso Cristo ripresenta a noi il sacrificio attuato una volta per tutte sul Golgota. Pur essendo presente in esso da Risorto, Egli porta i segni della sua passione, di cui ogni Santa Messa è "memoriale". Al tempo stesso, mentre attualizza il passato, l'Eucaristia proietta verso il futuro dell'ultima venuta di Cristo, al termine della storia". Commento a cura di don Carlo Caviglione |