Omelia (09-10-2005)
don Luciano Sanvito
La spada di Damocle

Siamo nell'ottobre missionario, e questa parabola cade come una spada di Damocle, a tranciare le pie illusioni di un 'cristiano della domenica'.

É una parabola teologica...
Il Dio della festa che ci viene presentato è inafferrabile: se da un lato infatti è insistente nella sua bontà invitante, dall'altro è severissimo e castigatore nei confronti di chi non accoglie.
Sono due estremi, che potremmo dire: due estremismi nel modo di considerare Dio, e né uno né l'altro corrisponde a verità incamerabile dall'umano.
Come a dire: non illuderti di credere in un Dio che ti fa' le feste come il tuo cagnolino, e nemmeno che ti punisca le mancanze.
E allora, la parabola è ricordare a noi stessi che dobbiamo sempre ripartire da zero a considerare la presenza di Dio, perché essa è inafferrabile e sempre nuova: questa è la vera missione del credente.
Ogni altra, se non deriva da qui, nulla ci giova.
In appunto, ci ricorda che il vero missionario non è l'uomo, ma Dio.

É una parabola antropologica...
Gli invitati al banchetti sono i più restii e indatatti ad accogliere la festa, e quando vi partecipano, sembrano dimenticarsi perfino dell'abito nuziale.
Sembra l'invito a riprendere la missione dal cuore, dalla conversione di noi stessi.
La parabola ci dice: credente, dove sei? Sei destinato alla festa o ad essere allontanato da essa?
Questa festa della fede ti ha davvero raggiunto o è una farsa?
I veri bisognosi della missionarietà, senza escludere l'azione missionaria di oggi, sono proprio i cristiani distratti e volti chissà dove.
La sala di nozze vuota di essi non ci fa' proprio riflettere?

É una parabola pastorale...
É il richiamo a rivolgere l'attenzione della Chiesa non alle opere pastorali ed effimere che la riempiono di goduria spirituale, ma a quello sconosciuto per la Chiesa stessa che è il Figlio, il centro della parabola, che gli invitati ancora (anche oggi?) non incontrano in verità.
La pastoralizzazione dispersiva dell'oggi, seguendo gli andazzi del mondo, illude preti e suore e frati a portarsi fuori e lontano, dimenticando il centro vitale di azione di tutto, l'anima: il Cristo.
Senza Cristo, eccovi la pastorale scentrata e bucherellata, che fa acqua da tutte le parti e abbraccia tutto e tutti, pur di farsi degli adepti amorosi e gratificanti.

Dimenticando che la parabola, in filigrana, ci porta la croce: la croce di questo Figlio che ancora si vede lontana e allontanarsi la sposa, distratta e preoccupata e in altre faccende affaccendata.
Solo la croce come perno della pastorale offre alla Chiesa la sicurezza di un valore missionario eterno; altrimenti, è solo menare in can per l'aia e perdersi l'occasione delle nozze.