Omelia (10-03-2002)
padre Paul Devreux
Gv.9,1-41

Oggi il Vangelo ci racconta di una guarigione fatta da Gesù ad un cieco nato. Penso che sia stata un'esperienza fantastica per quest'uomo: vedere la luce, i colori, la gente, la natura, tutto quello che non ha mai visto. Cosa può esserci di più importante?

Eppure qualcuno ha il coraggio di sostenere che èra più importante rispettare la legge del sabato. Io al pasto del cieco guarito accecherei subito questi personaggi e poi gli direi aspetta domani per andare dal dottore. Fa rabbia e tristezza vedere che c'è qualcuno che non festeggia in una circostanza come questa, ed è duro anche per Gesù, ma perché si comportano cosi?

Forse è la paura di un Dio troppo vicino, troppo coinvolgente. Paura di essere destabilizzato da questa presenza, tanto da preferire negarla, a costo di cadere nella mala fede, pur di mantenere le distanze.

E' stupendo vedere com'è proprio la mala fede di queste persone ad aiutare il miracolato a ragionare sull'identità del suo salvatore fino al punto di poter riconoscere in Gesù molto più che un guaritore: lo chiama Signore e si prostra.

Ma se io mi trovassi a predicare in una clinica per ciechi, potrei dire ai presenti: "pregate e vedrete che Gesù vi guarirà come a fatto quel giorno con il cieco nato?". Assolutamente no, ma posso dire che Gesù ha una promessa di salvezza per tutti, unica e imprevedibile, ed è importante pregare e stare alla sua presenza per cogliere e accogliere questo piano di salvezza quando ci viene presentato. Se il cieco non si fosse alzato e non fosse andato a lavarsi alla piscina, o se avesse rifiutato di lasciarsi imbrattare gli occhi di fango, non sarebbe guarito, e non sarebbe arrivato alla fede, cosi come non ci arrivano molti dei testimoni oculari di questo miracolo, forse perché non si rendono conto di essere ciechi, e cioè bisognosi.

Signore rendimi disponibile all'ascolto e alla preghiera affinché tu posa aiutarmi a vivere bene e in comunione con te.